Giorgio Almirante, appunti biografici di un “patriota”

Il fondatore del Movimento sociale italiano è tra gli esponenti più famosi del fascismo italiano dopo il 1945. Da molti è oggi considerato il padre nobile della destra italiana moderna, anche se spesso si dimenticano i molti passaggi oscuri nella vita e nella carriera politica cinquantennale di questo prodotto peculiare della storia d'Italia.

di Francesco Filippi - 23 maggio 2020

Giorgio Almirante nasce nel 1914 a Salsomaggiore Terme, figlio di un regista teatrale e poi cinematografico che vanta lontane ascendenze nella nobiltà napoletana. Il lavoro del padre porta la famiglia a spostarsi in varie città italiane, tra cui Torino e infine Roma, dove Giorgio inizia l'università, facoltà di lettere.

Una volta laureato e conseguita l'abilitazione all'insegnamento si avvicina al giornalismo, affascinato dalla linea editoriale del giornale "Il Tevere", fondato e diretto dal fascista "duro e puro" Telesio Interlandi.

"Il Tevere" non è una testata qualunque nel panorama editoriale italiano: fondato nel 1924 da Interlandi in aperta polemica col foglio ufficiale del Partito nazionale fascista, "Il Popolo d'Italia" di Benito Mussolini, si pone alla destra del quotidiano del regime, deciso a difendere la purezza ideologica del fascismo dalla corruzione derivante dal governo. In breve tempo diventa il quotidiano da cui irradiano le idee più radicali del fascismo che si costruisce totalitario, militarista e razzista. Proprio come nella Germania hitleriana, accanto al relativamente più moderato "Völkischer Beobachter" prende posto il feroce "Der Stürmer"anche in Italia accanto al "Popolo d'Italia" il giornale di Interlandi svolge la funzione di pungolo ideologico e di fustigatore delle mollezze del regime. Sulle sue pagine vengono ospitati attacchi, anche violenti, a esponenti del partito che manifestano tendenze eterodosse: le accuse puntano il dito sull'"imborghesimento" o sulla perdita di slancio ideale della rivoluzione fascista. È in questo bastione dell'ideologia fascista che si forma e fa carriera, giornalisticamente e politicamente, il giovane Almirante. 

Protetto e seguito da Interlandi, entra e fa una precocissima carriera all'interno dei Guf, gruppi universitari fascisti, occupandosi per "Il Tevere"di seguire ed esaltare le manifestazioni del fascismo giovanile. Aderisce convinto alla costruzione della propaganda razzista italiana: diventato caporedattore, continua attraverso veementi articoli l'opera di diffusione dell'idea razzista in Italia. Nel 1938 aderisce alle idee propugnate dal Manifesto della razza, preludio alla promulgazione delle leggi razziali fasciste. Quando il suo mentore Interlandi fonda una nuova rivista appositamente pensata per diffondere e sostenere la via italiana al razzismo,"La Difesa della Razza", Almirante viene chiamato a collaborarvi. È un'attività in cui investe convintamente tempo ed energie, tanto da divenire segretario del comitato di redazione; mantiene tuttavia anche il suo impegno ne "Il Tevere", divenuto sempre più il giornale dei fascisti "intransigenti". Alcuni suoi articoli del periodo rimangono famosi soprattutto per la carica di violenta retorica razzista e antisemita. In un editoriale pubblicato nel maggio del 1942 su "La Difesa della Razza" ad esempio scrive: «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d'una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'altolà al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue». In quegli stessi giorni, nella primavera del 1942, prende il via nell'alleata Germania la fase attuativa della cosiddetta Endlösung, la soluzione finale del problema ebraico.

Quando nel 1940 il fascismo entra in guerra, Almirante dapprima viene destinato a un incarico decisamente tranquillo, vale a dire ufficiale di complemento della difesa costiera in Sardegna. Chiede e ottiene però di essere promosso a corrispondente di guerra, per andare ad osservare da vicino i "trionfi" della guerra fascista. Arriva così in Libia insieme a una divisione di camicie nere truppe d'élite del regime mussoliniano, riuscendo a raccontare in toni encomiastici quella che in realtà si risolve in una delle peggiori disfatte della storia della armi italiane, la campagna d'Africa. È decorato al valor militare per essere entrato al seguito delle truppe italiane nel villaggio egiziano di Sidi el Barrani, poi presto ripreso dagli egiziani, nel 1941.

Rientrato in Italia continua a collaborare con "Il Tevere" e "La Difesa della Razza" fino al luglio 1943 quando, caduto il regime entrambe le pubblicazioni vengono chiuse d'autorità.

Dopo l'8 settembre, disoccupato, aderisce convintamente alla Repubblica sociale italiana, e già nel dicembre 1943 entra come capomanipolo (grado equivalente a quello di tenente) nelle fila della famigerata guardia nazionale repubblicana di Mussolini. Le sue doti di giornalista e propagandista tornano utili alla causa repubblichina e il 30 aprile 1944 viene nominato capo di gabinetto del ricostituito MinCulPop, il ministero della cultura fascista. In questo periodo si occupa soprattutto di gestire la propaganda fascista volta a convincere i ragazzi ad arruolarsi nelle fila saloine, per lo più attraverso minacce e rappresaglie. In un proclama distribuito agli sbandati del regio esercito nel maggio del 1944, firmato personalmente dallo stesso Almirante ai renitenti alla leva della zona di Grosseto si impone di rientrare subito nelle caserme: «tutti coloro che non si saranno presentati − recita il manifesto − saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione alla schiena».

Nel 1971 il quotidiano "l'Unità" riesce a recuperare e pubblicare questo documento e Almirante fa causa al giornale accusandolo di calunniarlo attraverso notizie false. Perderà la causa, in quanto in tribunale verrà stabilita l'autenticità del manifesto. Questo episodio gli fa guadagnare, da parte della stampa di sinistra, l'appellativo di «fucilatore».

Al crollo del fascismo nell'aprile del 1945 Almirante si pone in clandestinità. Secondo quanto raccontato da lui stesso, viene protetto e nascosto durante questo periodo da una famiglia di origine ebraica che aveva salvato dalla deportazione. Questo racconto però pare suffragato dalla sola testimonianza di Almirante stesso.

È invece certo che già nell'autunno del 1946 aderisce ai cosiddetti Far, Fasci di azione rivoluzionaria, formazione che riunisce ex combattenti di Salò che intendono portare avanti in forma di guerriglia la lotta al neonato stato democratico. Per farne parte, recita lo statuto, è necessario aver militato nella Rsi e ovviamente non essere ebrei. Si scioglieranno nel 1947 per dissensi interni, dopo aver compiuto una serie di attentati, in particolare ai danni dei giornali "Avanti!" e "l'Unità".

Intanto il 26 dicembre 1946 Almirante fonda, insieme a un altro giornalista di Salò, Pino Romualdi, e ad alcuni reduci repubblichini, il Movimento sociale italiano, partito destinato a raccogliere attorno al simbolo della fiamma tricolore molte delle anime della galassia fascista post 1945. Al partito si uniscono nel tempo molti rappresentanti del vecchio establishment fascista. Ad esempio Rodolfo Graziani, ricercato come criminale di guerra per le atrocità commesse in Africa negli anni '30 e '40, aderisce al Msi nel 1952. L'anno dopo il "macellaio del Fezzan" viene acclamato presidente onorario del partito. 

Divenuto segretario del Msi, nel 1947 viene accusato una prima volta di attività antidemocratica e condannato a un anno di confino. Pena che poi viene sospesa. La sua carriera politica nel sistema democratico subisce una prima battuta d'arresto però solo nel 1950, quando perde la carica di segretario del partito e finisce per guidare l'opposizione "di sinistra" all'interno del Msi. Favorevole all'allargamento ai giovani, entra con forza nelle dinamiche del '68 italiano schierandosi apertamente con alcuni gruppi violenti della destra extraparlamentare. Rimane controversa la sua partecipazione alla cosiddetta "battaglia di Valle Giulia" del 1 marzo 1968 in cui, durante i violenti scontri seguiti all'occupazione di alcune facoltà dell'ateneo romano, Almirante cerca di portare dalla propria parte una parte del movimento studentesco, con scarsi risultati.

Riconquistata la segreteria nel 1969, si batte per dare al partito l'immagine di unico baluardo anticomunista nel paese, fomentando episodi come la rivolta antisistema di Reggio Calabria nel 1970, in cui poi si scopriranno collusioni tra la destra locale e la 'Ndrangheta.

Nel 1972 il procuratore generale di Milano, l'ex azionista Luigi Bianchi d'Espinosa, in forza della norma transitoria della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista, chiede alla Camera − Almirante è deputato dal 1948 fino alla morte − l'autorizzazione a procedere per dichiarare fuori legge il Msi. Il segretario si appella al voto democratico e alla tradizione di libertà costituzionale del paese per evitare lo scioglimento del partito. Linea di difesa che non gli impedisce, in una discussione alla Camera del 26 settembre 1973, di lodare il colpo di stato contro Salvador Allende in Cile, auspicando che anche in Italia si possa un giorno arrivare a soluzioni di questo tipo. Nel 1974 la Camera approva l'autorizzazione a procedere nei confronti di Almirante ritenendo fondate le accuse di tentata ricostituzione del partito fascista, ma nel frattempo Bianchi d'Espinosa è morto e l'inchiesta non viene più portata avanti. Nel 1976, sempre dai banchi della Camera, Almirante esalta la "rivoluzione argentina", vale a dire il golpe che aveva portato i militari al potere nel paese sudamericano. In un'intervista, nello stesso anno, esalta il ruolo dei colonnelli che con il loro colpo di stato hanno salvato la Grecia e la Nato dal comunismo. In politica estera, Almirante non disconosce mai la vicinanza a regimi autoritari come quello franchista in Spagna o di Salazar in Portogallo, dove molti dei suoi ex camerati hanno trovato rifugio dopo il 25 aprile 1945. Contribuisce a creare, a livello europeo, il blocco della cosiddetta Eurodestra, che riunisce le formazioni politiche che si posizionano al di là dei conservatori europei. Accanto a lui trovano posto personaggi come Jean Marie Le Pen col Front National e l'ultradestra tedesca.

Proclama distribuito agli sbandati del regio esercito nel maggio del 1944
Proclama distribuito agli sbandati del regio esercito nel maggio del 1944

Dopo la fine della prima repubblica in Italia una certa retorica ha cercato di smussare alcune delle caratteristiche della vita e della carriera politica del più famoso rappresentante del fascismo italiano dopo il 1945, anche con operazioni al limite del grottesco. Quando per esempio nel 1984 muore Enrico Berlinguer la partecipazione di Almirante alle sue esequie fa nascere la leggenda del rispetto reciproco e addirittura dell'amicizia e comunanza di modi e atteggiamenti tra i due leader politici. Tale racconto, diffuso soprattutto per dare una patina di rispettabilità all'esponente ad Almirante accostandolo alla figura del segretario del Pci, si scontra però inesorabilmente con le molte dichiarazioni pubbliche dello stesso Berlinguer, che marcano la distanza siderale tra la sua visione della politica e della memoria del paese e quella dei missini. In una tribuna politica ormai leggendaria Berlinguer condensa la sua opinione sul Msi rispondendo al giornalista missino Mario Pucci che lo accusa di sfuggire alle domande: «Sarebbe meglio che i dirigenti del Movimento sociale che sono, [...] gli stessi che hanno avuto responsabilità gravi nei delitti del fascismo non parlassero di fughe... [viene interrotto da Pucci] ... perché voi siete stati coraggiosi solo quando stavate dietro la protezione delle SS. Allora siete stati coraggiosi: nel massacro dei giovani, nel massacro dei partigiani. Quando vi siete trovati di fronte, voi fascisti repubblicani, i partigiani, siete sempre scappati».

Almirante sulle scalinate della Facoltà di giurisprudenza a Valle Giulia
Almirante sulle scalinate della Facoltà di giurisprudenza a Valle Giulia