Giacomo Matteotti, l’eroe dimenticato

L'immagine dell'onorevole socialista è sempre più relegata nei confini periferici della memoria pubblica: ecco perché dovremmo ricordarla e farla nostra.

di Pierluigi Biondo 10.06.2020

Giacomo Matteotti
Giacomo Matteotti

Le analogie storiche

«Combattenti di terra, di mare e dell'aria... » Roma, lunedì 10 giugno 1940. Sono trascorsi ottant'anni da uno dei più celebri e sciagurati proclami con cui a gran voce il duce d'Italia in una piazza Venezia gremita annunciava la consegna della dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Eppure il destino, in maniera beffarda, aveva già profetizzato le sorti a cui sarebbe stato destinato il paese, il 10 giugno di 16 anni prima, ma in uno scenario differente. Una data sconosciuta o dimenticata dai più, che ha tracciato un solco incontrovertibile nella memoria storica di questo paese, consegnandolo, difatti, nelle mani della dittatura.

Cosa accadde?

Roma, martedì 10 giugno 1924. In via Pisanelli n. 40 un giovane deputato socialista, segretario del partito, lascia la sua abitazione per recarsi a Montecitorio: deve ultimare il discorso da esporre l'indomani, ma non giungerà mai a destinazione. Ad aspettarlo, infatti, si trovano i suoi carnefici, gli uomini della Ceka fascista, uomini della violenza pronti a offrire la punizione che merita.

Il 30 maggio, l'onorevole Giacomo Matteotti si è reso protagonista di una denuncia parlamentare in un clima intimidatorio e ostile. Subissato da ingiurie e vibranti contestazioni, è stato costantemente interrotto. Le trascrizioni stenografiche del suo discorso consentono di avere un'istantanea precisa del clima infuocato che si respirava e della violenza verbale, profetica di un destino segnato da una sorte alla quale era certo di non potersi sottrarre: «Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me».

Matteotti denunciava i brogli e la mancanza di regolarità, la distorsione totale dei meccanismi elettorali: «L'elezione, secondo noi è essenzialmente non valida e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni». L'orazione del segretario socialista è un atto coraggioso e solitario e la sua denuncia, seppur frammentata, è capillare, minuziosa, e descrive con dovizia di particolari il clima di terrore che il nascente governo ha generato nel popolo facendo proprio l'uso della violenza: «nessun elettore si è trovato libero di decidere con la sua volontà», «nessun cittadino sapeva a priori che se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c'era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il voto e il suo responso». È un affronto che non può restare impunito.

Si è macchiato di una colpa che non può passare inosservata, è necessaria una punizione. Sarà solo l'ultima, tra le tante subite.

Calunnie e delegittimazioni: un progressivo allontanamento sociale

Già nel marzo 1921, come bene racconta Scurati - «Matteotti non si dichiara per niente soddisfatto» -, replicando alla precedente dichiarazione del sottosegretario degli Interni Corradini -il quale, consapevole delle spedizioni fasciste, assicura che «il governo sta facendo tutto il necessario» -, il deputato socialista aveva denunciato a gran voce le violenze squadriste. Matteotti è fermo sulla sua morale, pronto a rincarare la dose, cospargere la ferita con il sale se necessario, rivelandosi (come lo definirà più tardi Piero Gobetti) «l'oppositore più intelligente e irriducibile». Pagò anche questa azione. Durante una riunione politica presso la sede Agraria di Castelgugliemo, in provincia di Rovigo, due giorni dopo il suo discorso venne sequestrato. «Gli squadristi impongono di firmare delle dichiarazioni di abiura» (è ancora Scurati) che stoicamente il segretario socialista rifiutò, andando incontro a maltrattamenti, insulti e minacce di morte. Da questo sequestro si sarebbero diffuse una serie di voci riguardanti le possibili sevizie che il giovane deputato è stato costretto a subire, tanto che sarebbe stato coniato - come riporta Gobetti - il verbo «matteottizzare». Un verbo che racchiude in sé la violenza non solo fisica ma anche verbale, che ingloba le sevizie che il socialista sarebbe stato costretto a subire. Una metamorfosi dialettica che le malelingue nel comune proferire avevano reso sinonimo di comuni pratiche sessuali, come narra sempre Scurati:

«Eppure, in tutti i bordelli di Ferrara, per giorni per settimane, non si parla d'altro che delle sevizie dell'onorevole socialista [...] Perfino gli studenti squattrinati che fanno "flanella" nelle sale inferiori senza potersi permettere di salire in camera con una ragazza, perfino loro hanno imparato a scherzare sulla presunta sodomizzazione a colpi di manganello dell'onorevole Matteotti. I ragazzi sghignazzando, s'informano su quali pensionati pratichino «il Matteotti, sulla legalità del Matteotti, su quanto costi un Matteotti».

Il processo di delegittimazione e isolamento culmina con l'allontanamento dalla terra natale. Una scelta forzata, come pegno in cambio della vita. Un esilio sociale come risultato non solo di una veemente e ferma presa di posizione, quanto di irriconoscenza, nei confronti del regime, viste le sue origini. Matteotti, infatti, nonostante fosse figlio di proprietari terrieri, dal principio della sua carriera politica aveva sempre dimostrato vicinanza alle classi sociali svantaggiate, motivo per il quale era stato soggetto di molteplici vessazioni dal regime che, di contro, con le sue politiche lo aveva salvato dall'esproprio latifondista tanto auspicato dai «rossi» socialisti.

«I fascisti lo ricambiavano con un odio schietto, e con argomenti che oggi definiremmo populistici: "Il milionario onorevole Matteotti, che potrebbe essere grato al fascismo di avergli salvato le terre dall'esproprio bolscevico", scriveva il 24 maggio 1924 Il Popolo d'Italia, diretto dal fratello del Duce, "Non può perdonare al fascismo di avergli stroncato la carriera di arrivista"».

Lo stesso Scurati descrive un episodio emblematico avvenuto il 2 luglio del 1923, 11 mesi prima del suo omicidio. In compagnia della moglie Velia, Giacomo Matteotti fu costretto ad abbandonare il palio di Siena dopo essere stato aggredito nell'indifferenza totale della gente e della polizia che «assiste inerme» a un avvenimento non ritenuto rilevante dalle notizie di cronaca, se non da un breve articolo di un gazzettino, organo della federazione fascista senese, che «profetizzava» un destino segnato per coloro che osavano porsi di traverso al fascismo: a una progressiva e lenta morte civile sarebbe seguita anche quella fisica.

«Ma solo avvertiamo che codesta gente (i socialisti) è cosi profondamente ignorante da non capire in che mondo vive. La verità è che tali esseri sono lasciati provvisoriamente in circolazione, la rivoluzione fascista o prima o dopo li acciufferà e allora alla morte civile seguirà anche quella fisica. E così sia».

prima pagna dell'Avanti!
prima pagna dell'Avanti!

L'oblio

La morte violenta di Giacomo Matteotti non è che la punta di un iceberg. L'acme dell'incarnazione dell'odio culminato con la sua fine. L'atto ultimo di una sequela di vessazioni, iniziate negli anni in cui si percepivano i primi vagiti di violenza e squadrismo. Una lenta e solitaria agonia di un uomo coraggioso, irriducibile pronto a combattere davanti alla percezione dello sgretolamento dei più elementari tra i diritti universali della società. Perché se la morte fisica del deputato è avvenuta in una Lancia Lambda, quella civile si è manifestata lentamente nell'assordante silenzio e nella complicità di una società manipolata.

Oggi a Roma sul lungotevere Arnaldo da Brescia, si erge una stele bronzea. Nonostante la sua mole imponente, sfugge all'attenzione e alla curiosità, si confonde nella frenesia e nel caos quotidiano. Si mescola in un tutt'uno con lo smog e con i rifiuti, è un semplice luogo di rifugio dei senzatetto della città. Pasolini negli Scritti corsari affermava che «Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia». Eppure nella memoria storica, Matteotti dovrebbe rappresentare uno dei più grandi simboli di libertà. Giacomo Matteotti è stato tra i primi e tra i più noti oppositori del regime fascista, ed è strano come lo scorrere del tempo l'abbia confinato nell'oblio. La sua eternità oggi, «vive unicamente nella toponomastica», come ricorda Sergio Luzzatto. Questa mancanza di memoria è ancor più inquietante se si riflette sulla casualità che ha collocato la stele dalla parte opposta del Tevere in cui «c'è ancora un obelisco con la scritta Mussolini Dux», come a voler eternare il dualismo tra il bene che sembra destinato ai cassetti più remoti della memoria e un male che di contro sembra voler riaffiorare e con il quale sembra difficile volerci fare i conti. Prendendo in prestito le parole postate da David Bidussa su Facebook il 22 maggio 2020: «Non pensate che questo fatto sia un indicatore significativo di quella che si chiama memoria democratica? O forse è meglio parlare di oblio dei democratici?».

Lungotevere Arnaldo da Brescia
Lungotevere Arnaldo da Brescia

Nella memoria collettiva

Spesso il tempo è detentore di verità e permette di riconoscere i meriti a posteriori. Per Matteotti lo scorrere delle lancette non ha conferito nella memoria collettiva la giusta importanza a un uomo eroico, trasformativo e anticipatore. Il tempo sta sbiadendo le tracce di chi in passato ha lottato per la realizzazione della libertà comune e per l'esaltazione di valori che oggi appaiono scontati. Una persona incanalata in un mondo utopico che ha navigato controcorrente, un uomo che ha saputo distinguere tra bene e male, ha saputo schierarsi e prendere coraggiosamente posizione, per l'affermazione di valori universali per cui è lecito trascendere la vita stessa. Figure come queste nella memoria di ciascuno di noi dovrebbero rappresentare la consapevolezza dei sacrifici compiuti in nome della nostra democrazia e della nostra libertà, non dimenticando che «un essere umano che combatte - che rischia la vita - perché altri suoi simili siano liberi, sta dalla parte giusta della storia».