Fluttua come una farfalla, pungi come un’ape. La storia di Muhammad Ali, che fu Cassius Clay

05.09.2020

Cassius Clay / Muhammad Ali è stato un pugile eccezionale, un peso massimo in grado di combattere con un'eleganza e a dei ritmi sconosciuti prima di lui. È stato un fenomeno mediatico senza eguali, capace di utilizzare consapevolmente i mezzi di comunicazione per promuovere le proprie idee e le lotte sociali che gli stavano a cuore. È stato un uomo malato che ha saputo convivere con il dolore, sforzandosi con successo di dare dignità alla malattia in tempi nei quali non era certo comune farlo. Dicono sia stato, semplicemente, il più grande. 

di Claudio Ferlan - 5 settembre 2020

Proclamazione del campione olimpico
Proclamazione del campione olimpico

5 settembre 1960, Giochi della XVII Olimpiade, boxe, categoria di peso mediomassimi. Sul gradino più alto del podio del palazzo dello sport di Roma sale raggiante e pure un po' sbruffone un diciottenne statunitense. Il suo nome è Cassius Marcellus Clay Jr. (1942-2016). Ha appena sconfitto Zbigniew Pietrzykowski (1934-2014), pugile polacco. Dopo un iniziale equilibrio, il match svolta in conclusione della seconda ripresa, quando la mobilità e l'aggressività di Clay cominciano a fare la differenza; colpito e disorientato Pietrzykowski sanguina, battuto.   

Clay non è un pugile normale. Oltre alle indubbie qualità atletiche, stupiscono gli esperti la sicurezza di sé, la capacità di conquistare la scena mediatica e di auto-promuoversi. Al Villaggio Olimpico si fa notare, chiacchiera con tutti posando per foto ricordo, le descrive come cimeli non tanto per sé quanto per gli altri, che avrebbero potuto presto vantarsi di essersi fatti ritrarre accanto al più grande pugile di tutti i tempi. La spacconata di un ragazzino si sarebbe trasformata in realtà.  

Campione del mondo (1960-1967)

Dopo il trionfo olimpico, Clay passò presto professionista, proclamando ai quattro venti una convinzione: sarebbe diventato presto campione del mondo, il più giovane della storia. Fin dal principio la sua carriera fu qualcosa di nuovo per le continue sparate, le rime dedicate ai combattimenti, il presenzialismo mediatico, le offese agli avversari. Sembrava proprio che il giovane pugile avesse deciso di volere partecipare attivamente alla costruzione della sua immagine e alla definizione della sua popolarità, lontanissimo dallo stereotipo dell'atleta capace di esprimersi solo sul campo da gioco. Nuovo fu anche lo stile di combattimento, fatto di schivate istintive a braccia basse, danze e movimento sul ring, colpi sovente non violentissimi ma frequenti, rapidi e precisi. Tra le provocazioni particolare efficacia ebbero quelle legate alle questioni 'razziali', sulle quali Clay fece leva per togliere tranquillità agli avversari, specie gli afroamericani come lui. Con grande efficacia comunicativa, incurante della brutalità delle proprie affermazioni, si presentò spesso come il vero pugile nero che si batteva contro uno «zio Tom», un nero costruito dall'uomo bianco per il proprio servizio. I primi incontri non furono certo una passeggiata di salute, ma consentirono al giovane oro olimpico, vittoria dopo vittoria, di guadagnarsi il diritto a sfidare il campione mondiale in carica, Sonny Liston (1932-1970). Il suo modo inusuale di combattere funzionò e, contro pronostico, il 24 febbraio 1964 Cassius Clay conquistò la corona dei pesi massimi, vincendo per abbandono. Prima del match, Clay aveva riassunto la sua tattica con una frase destinata alla celebrità: «Float like a butterfly, sting like a bee» (fluttua come una farfalla, pungi come un'ape).

Liston-Ali
Liston-Ali

Una notizia forse ancora più scioccante dell'esito dell'incontro conquistò i media statunitensi il giorno dopo il combattimento: Clay comunicò di essersi convertito all'islam e di volersi chiamare Muhammad Ali, abbandonando «il suo nome da schiavo». La scelta fu guidata da Elijah Muhammad (1897-1975), leader della Nation of Islam, un movimento che intendeva creare all'interno degli Stati Uniti una nazione filo-islamica riservata ai discendenti degli schiavi. Clay si era avvicinato da poco al movimento, nel quale aveva trovato un luogo di espressione adatto a sé. Il pugile non si era mai particolarmente interessato alla religione, ma l'incontro con la Nation gli consentì di contribuire a promuovere un messaggio non esclusivamente religioso. Elijah Muhammad si appoggiava sulla fede per uno scopo preciso, insegnare ai neri americani ad affrancarsi. Era, tutto sommato, un combattimento e Clay/Ali era nato per quello.

Buona parte dei giornalisti della stampa e della radiotelevisione si rifiutarono per anni di riconoscere il nuovo nome; come se Ali non avesse avuto il diritto di cambiarlo. Gli appassionati continuarono certo a seguire i suoi combattimenti, accompagnandoli però sovente con sonori ululati di disapprovazione, non privi di razzismo. Il campione, però, non aveva certo paura di lottare. Pure tra i suoi colleghi vi fu chi non rispettò la scelta. A pagare il prezzo più alto fu Ernie Teller (1939-2014), che nella conferenza stampa di presentazione di un incontro provocò l'avversario rivolgendoglisi come Clay e rifiutando di correggersi. Il combattimento (6 febbraio 1967) fu un massacro, tanto che in molti accusarono Ali di aver volontariamente prolungato la sofferenza dell'avversario evitando di metterlo al tappeto e portandolo a perdere ai punti dopo quindici durissime riprese. Possibile, anche se va ricordato che nella boxe un pugile e il suo staff possono interrompere, l'arbitro può decretare il ko tecnico. Muhammad fece il proprio lavoro, con crudeltà, ma fece il proprio lavoro.

Ali fu senza dubbio un precursore, il cambio di nome, la manifesta adesione alla fede islamica, la dedizione alla causa degli afroamericani furono di ispirazione per molti e facilitarono anche scelte che, prima di lui, sarebbero state assai più complicate. Tra i tanti a riconoscerlo è stato anche il grandissimo cestista Kareem Abdul Jabbar (1947), che sulle pagine di US Today ha ricordato con gratitudine l'importanza delle prese di posizione del pugile, pur sottolineando di non aver mai condiviso gli estremismi della Nation of Islam. Jabbar cambiò il suo nome di battesimo Ferdinand Lewis Alcindor Jr. nel 1971. Queste modifiche erano legate al fatto che i cognomi degli afroamericani risalivano nella stragrande maggioranza a quelli di schiavisti, che nel XIX secolo avevano scelto cognomi europei per identificare donne e uomini di loro «proprietà».

Lo stop ai combattimenti sul ring (1967-1971)

Dopo aver difeso vittoriosamente il titolo per otto volte, Ali fu fermato non da una avversario, ma dal tribunale. Dichiaratosi obiettore di coscienza nell'aprile 1967, rifiutò l'arruolamento e contestò la guerra in Vietnam. Fu condannato a cinque anni di prigione e a una multa di 10.000 dollari, giudicato da una giuria di soli bianchi con un verdetto proclamato dopo soli quindici minuti di discussione. Come pena accessoria, subì pure il ritiro del passaporto e della licenza pugilistica e, di conseguenza, la revoca del titolo di campione del mondo. Pagò la cauzione ed evitò la prigione (non ci sarebbe mai andato), ma il suo lavoro di pugile pareva finito.

Il talento comunicativo di Ali ebbe modo di eccellere anche nel delicatissimo periodo seguente la renitenza alla leva. Cominciarono presto a circolare due frasi attribuite a lui: «Non ho nulla di personale contro i vietcong» (I Ain't Got No Quarrel With Them Vietcong) e «Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro» (No Viet Cong Ever Called Me Nigger), o più precisamente «Loro non mi hanno mai chiamato negro» (They Never Called me Nigger). Che la prima, o almeno qualcosa di simile, sia farina del suo sacco è assodato. Quanto alla seconda, Stefan Fatsis (1963) in un saggio del 2016 avrebbe dimostrato che i pacifisti l'avevano utilizzata ben prima che il pugile si esprimesse sulla guerra. La grande capacità di Ali stava anche nello spostare sempre un po' più in là il limite di quanto da lui ci si potesse aspettare, nell'utilizzare espressioni e comportamenti presi a prestito da altri facendoli suoi. In fondo anche il suo gusto per la provocazione si rifaceva all'esempio di un noto wrestler degli anni Cinquanta, Gorgeous George (1915-1963). L'uso del termine nigger ('negro'), per esempio, rappresentava la violazione di un tabù. Era indubbiamente dispregiativo, il suo utilizzo era interdetto ai bianchi, al contrario, i neri potevano usarlo come segno di affetto e cameratismo. Lo fanno anche i rapper di oggi, dovendo molto ad Ali. Adoperarla nelle conferenze stampa e in svariate occasioni pubbliche consentì al campione di combattere contro l'establishment bianco, gettando in faccia all'opinione pubblica la rappresentazione del contesto storico degradante e umiliante che aveva reso il termine immorale, richiamando la questione della schiavitù e della disparità di diritti. Mostrandosi ribelle in una società dominata dai bianchi, Muhammad faceva di ogni gesto pubblico un 'gesto razziale'. Anche il rifiuto di combattere in Vietnam si poneva su questo piano: il campo di battaglia, il ring per lui dovevano essere gli Stati Uniti, lì ingiustizia e disuguaglianza andavano combattute, anche con l'aiuto della religione che poteva aiutarlo a presentarsi come martire.   

Muhammad Ali ascolta Elijah Muhammad
Muhammad Ali ascolta Elijah Muhammad

Alla sentenza seguirono anni di appelli, di ingentissime spese per pagare gli avvocati, di infinite polemiche. Per la carriera avrebbe potuto essere un colpo da ko: il suo allenatore Angelo Dundee (1921-2012) ha ragionevolmente affermato che abbiamo perso gli anni migliori del pugile Ali, quelli della piena maturità. Abbandonato dal suo pubblico, accusato e contestato, il campione dimostrò qualcosa che avrebbe segnato la fase successiva della sua storia non solo sportiva: la capacità di incassare, e di ripartire colpendo duro. Esprimersi, non rinunciare alle idee, promuovere se stesso e le proprie convinzioni, tutto quello che per lui era probabilmente il motivo di vanto più importante nella carriera parallela a quella del ring, diveniva ora una missione da portare avanti. Incassò pure numerose accuse di codardia e ingratitudine. Avrebbe dovuto, a parere di molti benpensanti, essere grato all'America per tutto quanto il Paese aveva fatto per lui, consentendogli di elevarsi dal suo ambiente modesto per raggiungere la ricchezza e la gloria sportiva. Come se per tutto questo non fosse stato sufficiente il suo talento, come se avesse avuto bisogno di un permesso per esprimere le sue idee senza limitarsi a fare a cazzotti.

Come in un romanzo, però, questa attitudine nei suoi confronti, piano piano cambiò, alla luce del fallimento della guerra in Vietnam e di una situazione interna agli Stati Uniti sempre più tragica, segnata da violenze apparentemente senza fine. La scelta contro la guerra guadagnò sempre più credibilità: Ali cominciò a essere additato come esempio, addirittura come vittima, e non solo dagli afroamericani. Uno dei momenti probabilmente decisivi in questa trasformazione da dannato a martire fu l'uscita di un lungo reportage firmato da Leonard Shecter (1926-1974) per il magazine Esquire. Il pugile era rappresentato come san Sebastiano, martire appunto, trafitto da frecce. La licenza per lasciarsi ritrarre come un simbolo della cristianità a lui, devoto musulmano, era stata concessa da Elijah Muhammad. Oltre all'efficacia di testo e immagine, una terribile coincidenza acuì l'effetto dell'articolo. Il numero di Esquire era datato 1 aprile 1968, uscì praticamente in contemporanea con l'assassinio di Martin Luther King (1929-4 aprile1968), uomo con cui Ali non si era mai trovato in grande sintonia, ma l'unione di destini fu percepita da molti.  

Rumble in the Jungle (1971-1978)

Nel 1971 la Corte Suprema degli Stati Uniti rovesciò il verdetto del 1967 accettando l'obiezione di coscienza. Ali aveva già ottenuto l'anno precedente il permesso di tornare a combattere. Dopo alcuni vittoriosi incontri di avvicinamento al titolo, il 31 marzo 1973 subì la prima sconfitta della carriera professionistica, battuto da Ken Norton (1943-2013). Vinse però la rivincita (10 settembre 1973) e dopo aver battuto anche Joe Frazier (1944-2011) nel gennaio 1974 ebbe la sua occasione: battersi con il campione mondiale dei pesi massimi, il terribile picchiatore imbattuto George Foreman (1949). Ali non era il pugile agile e danzante degli anni Sessanta, cambiò atteggiamento e imparò, come già scritto, a incassare. Lo faceva anche in allenamento, lasciandosi colpire duramente dagli sparring anche in testa, per allenare il corpo e il cervello, diceva lui, che invece colpiva raramente, per risparmiare energie. Avrebbe pagato un salatissimo prezzo per questo comportamento.

L'incontro con Foreman fu un evento mediatico irripetibile, presentato come The Rumble in the Jungle («La zuffa nella giungla»). I due campioni combatterono infatti a Kinshasa, nello Zaire del dittatore Mubutu (1930-1997), che garantì delle borse ricchissime. Il pubblico si schierò clamorosamente con Ali, anche a causa di qualche uscita stonata di Foreman. Celebre è rimasto il coro collettivo «Ali, boma ye» (Ali uccidilo) con il quale i tifosi accompagnarono l'incontro e la sua preparazione. Un coro, che ad ascoltarlo ancora oggi fa accapponare la pelle, specie sotto la direzione d'orchestra garantita dall'istrionico Muhammad Ali. Si fece picchiare Ali, convinto che Foreman non avrebbe avuto la resistenza fisica necessaria per un combattimento lungo, abituato com'era ad atterrare gli avversari nelle prime riprese. Un adagio diffuso nel mondo della boxe recita: se un pugile prova a fare quindici riprese con un sacco, vincerà il sacco. Ali decise di fare il sacco, probabilmente perché era la sua unica possibilità. In seguito, quella difesa passiva sarebbe stata definita rope-a-dope (un gioco di parole difficilmente traducibile, qualcosa che assomiglia a «il cretino alle corde»). Era una tattica dettata dalla necessità, il trionfo del masochismo. Ali incassava e reagiva solo negli ultimi secondi di ogni round. Un Foreman sempre più affaticato fu messo ko alla fine dell'ottavo round e non riuscì ad alzarsi. «In tutta la storia della boxe», avrebbe scritto il giornalista sportivo Mike Silver (1948), «questa non-strategia ha funzionato soltanto in un'occasione».  

L’incontro del secolo
L’incontro del secolo

In realtà, usando questa tattica Ali riuscì a vincere altri incontri, ma solo sul ring di Kinshasa l'aveva portata così all'estremo. Perdendo e rivincendo con Frazier, Ali divenne il primo peso massimo della storia a conquistare per tre volte il titolo di campione del mondo. I combattimenti di questa fase della carriera ingigantirono l'interesse dei media nei suoi confronti, incrementarono anche la composita e nutrita 'corte dei miracoli' che lo accompagnava, spesso approfittando dei suoi colossali guadagni. Ali non era mai stato solo un pugile, Joyce Carol Oates (1938) lo ha definito «un meta-atleta che concepiva le sue apparizioni in pubblico come teatro, non solo, o non completamente, come sport; Ali era un magnifico atleta, ma anche un magnifico attore, che offriva "Ali" al plauso di milioni di persone».  

La discesa dal ring, Atlanta e l'addio (1978-2016)

Ha ragione Mike Silver a evidenziare che quel modo di combattere non avrebbe potuto proseguire a lungo, almeno vittoriosamente. Dopo il terzo incontro con Joe Frazier, Ali riuscì a difendere il titolo ancora sei volte, probabilmente ottenendo anche qualche aiuto dalle giurie. Lo perse definitivamente da Leon Spinks (1953) nel 1978. Non ebbe il coraggio di porre fine alla sua carriera e si trascinò fino al 1981 in combattimenti ormai inutili, fino all'epilogo della sconfitta ai punti contro il mediocre Trevor Berbick (1955-2006). Si ritirò con un record di cinquantasei vittorie e cinque sconfitte, tre delle quali subite negli ultimi quattro incontri.

Già il troppo lungo epilogo della sua vita da pugile fu segnato dall'emergere dei primi sintomi del morbo di Parkinson, conseguenza della enorme quantità di cazzotti subiti in allenamento e nei match. Abbandonati l'agonismo e la Nation of Islam, trasformato il suo furore politico in un impegno dai toni pacati e pacifisti, Ali riuscì a conquistare la benevolenza di tutti, anche di chi lo aveva odiato. Non smise di amare il pubblico e il palcoscenico. Dopo che la malattia ridusse la sua voce a un sussurro, si calmò senza fermarsi, continuò a esserci, alternando battute sempre più brevi, pose da combattimento e piccoli giochi di prestigio. Non si vergognava di mostrare le mani tremanti e l'andatura incerta. Il suo vecchio entourage di truffatori e leccapiedi fu sostituito da un gruppo di rispettabili donne e uomini d'affari, guidati dalla quarta moglie Lonnie (1957).

Il culmine della fase conclusiva della vita del campione fu la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Atlanta (1996), quando Ali accese il braciere olimpico, salutato dalla folla con una passione difficilmente eguagliabile nella storia dello sport. Il comitato organizzatore riuscì a mantenere segreta l'identità dell'ultimo tedoforo, aggiungendo sorpresa all'emozione di chi vide comparire la figura tremolante dell'ex-pugile. Muhammad Ali è scomparso il 3 giugno 2016, lasciando un mondo, non solo sportivo, molto diverso da quello nel quale aveva fatto irruzione a partire dai Giochi Olimpici romani.  

Muhammad Ali che fu Cassius Clay è un'icona americana, la sua storia è complessa, come tutte le storie. Alla verità dei fatti e delle dichiarazioni si mescolano leggende inventate, ripetute con tanta frequenza da passare come vere. Chi le ha verificate tutte, per quanto possibile, è Jonathan Eig (1964), autore del libro definitivo sulla vita del campione, fino a prova contraria.    

La malattia del campione
La malattia del campione