Fiume ribelle? Un’altra storia, un altro mito

Esiste un'altra immagine dei sedici mesi di occupazione dannunziana della città del Quarnaro, quella dell'esperimento sociale artistico e sovvertitore di costumi. 

Quali sono le ragioni di questo mito alternativo? Quali i fondamenti storici?


di Marco Meotto - 2 gennaio 2021

Quest'articolo completa e conclude l'intervento iniziato con Fiume italiana? Le radici di un mito politico pubblicato il 31 dicembre 2020

Nei primi mesi dell'occupazione di Fiume a dar man forte a D'Annunzio sono soprattutto personalità del milieu nazionalista. Spicca Giovanni Giuriati, storico esponente dell'associazione irredentista "Trento-Trieste", futuro protagonista di una promettente carriera di gerarca nei ranghi del regime.

Dall'inizio del 1920, però, il vate, desideroso di ampliare il proprio bacino di consenso, chiama al proprio fianco il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, a cui affida il compito principale di stendere la costituzione del bizzarro stato fiumano.

Il risultato è una carta costituzionale che è un concentrato di afflati ideali e di principi di giustizia sociale: modellata in parte sulla Costituzione romana mazziniana del 1849 e aggiornata a nuove istanze di liberazione, non è difficile scorgervi elementi che si ritroveranno nella discussione dei costituenti dell'età repubblicana.

È proprio De Ambris, interventista di sinistra, a vedere in Fiume l'occasione per quella rivoluzione che avrebbe dovuto erompere dalle ceneri del conflitto. Non è un caso che l'antagonista di De Ambris si riveli proprio Mussolini. Con lui il sindacalista ingaggia un'aperta contrapposizione per chi sappia meglio mostrarsi come l'erede legittimo dell'interventismo rivoluzionario e guadagnare dalla propria parte il complesso e contraddittorio universo dei reduci e del combattentismo: come noto, sarà una lotta che vedrà soccombere il sindacalista originario della Lunigiana a vantaggio dell'ex socialista romagnolo.

Pirati dell'Adriatico: Fiume si reggerà anche sulla pirateria nei confronti delle navi che incrociano al largo del Golfo del Quarnaro. D'Annunzio, secondo la consueta reinvenzione del passato, battezzerà "uscocchi" i pirati di Fiume, rievocando la tradizione della corsareria croata del Cinquecento.
Pirati dell'Adriatico: Fiume si reggerà anche sulla pirateria nei confronti delle navi che incrociano al largo del Golfo del Quarnaro. D'Annunzio, secondo la consueta reinvenzione del passato, battezzerà "uscocchi" i pirati di Fiume, rievocando la tradizione della corsareria croata del Cinquecento.

Sindacalismo rivoluzionario

È sotto l'influenza di De Ambris che D'Annunzio si lancia nei progetti più ambiziosi. Ne prende parte anche il leader sindacale dei lavoratori marittimi dell'Alto Adriatico, Giuseppe Giulietti. È questi a sequestrare, dirottare e far attraccare a Fiume, già occupata, il piroscafo "Persia", carico di armi italiane indirizzate a sostegno dei "bianchi" nella guerra civile in Russia. Sarà il primo di diversi dirottamenti e atti di pirateria grazie ai quali l'economia di Fiume integrerà le proprie entrate.

Giuseppe Giulietti (qui ritratto a sinistra di D'Annunzio) garantirà spesso l'appoggio a Fiume della potente e indipendente Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare di cui era il segretario generale
Giuseppe Giulietti (qui ritratto a sinistra di D'Annunzio) garantirà spesso l'appoggio a Fiume della potente e indipendente Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare di cui era il segretario generale

Durante l'occupazione non mancano però occasioni di conflitto sociale. All'inizio di aprile del 1920 viene proclamato in tutta Fiume uno sciopero generale unificato con l'appoggio della Camera del Lavoro. Per D'Annunzio e De Ambris, da possibile crisi, la circostanza si rivela l'occasione per mostrare lo spirito di rinnovamento che, nell'ambizione del poeta, dovrebbe animare la "città di vita". Si tengono negoziati tra la borghesia imprenditoriale locale e le maestranze operaie: D'Annunzio ne stilerà persino un resoconto a mo' di proclama. Lui, nemico giurato dei socialisti, è riuscito a erigersi a difensore del proletariato: "Questo basta e non basta" s'intitola il manifesto che fa affiggere per Fiume come resoconto della negoziazione sindacale. Quando, arrivati a una certa concessione da parte padronale nella trattativa, il notabilato cittadino aveva sostenuto che l'aumento concesso fosse più che sufficiente, D'Annunzio e De Ambris erano intervenuti per ribadire: "No, questo non basta". Le trattative erano così riprese. Al termine del confronto i lavoratori avevano spuntato un salario minimo giornaliero di 13 lire contro le precedenti 10.

D'Annunzio cercò di mostrarsi come difensore dei lavoratori in occasione della vertenza dell'aprile del 1920
D'Annunzio cercò di mostrarsi come difensore dei lavoratori in occasione della vertenza dell'aprile del 1920

Sono eventi che hanno luogo negli stessi mesi in cui, sotto la spinta del poeta e musicista Léon Kochnitzky, responsabile dell'Ufficio Relazioni Estere di Fiume e simpatizzante della Russia sovietica, si progetta "un'anti-società delle nazioni", alternativa a quella che muove a Versailles i primi passi. Si cercano i contatti con rappresentanti dei movimenti di liberazione egiziano, indiano e irlandese. Non si andrà oltre la scrittura di ambiziosi manifesti programmatici e di qualche abboccamento.

Al contempo però vi sono i futuristi e altri artisti e poeti di avanguardia - tra cui il giovane Giovanni Comisso - che si deliziano fondando la Yoga, un'associazione per spiriti liberi che mette al centro la cura del corpo e un rapporto più sano con la natura. Passa anche da qui la rivendicazione di una disinibita libertà nella costruzione delle relazioni sessuali.

D'Annunzio a dialogo con Léon Kochnitzky, visionario ideatore della "Lega dei popoli oppressi"
D'Annunzio a dialogo con Léon Kochnitzky, visionario ideatore della "Lega dei popoli oppressi"

Dall'insieme di queste provocazioni e di slittamenti a sinistra matura il clima che induce gli elementi più conservatori e lealisti con lo Stato italiano ad abbandonare la causa di Fiume. Tra i partecipanti all'impresa le diverse anime cominciano a confliggere: il 6 maggio 1920 ci sono disordini tra la componente più spontaneistica dei legionari, quella legata all'arditismo di guerra, e i militari delle truppe regolari dell'esercito regio che, a settembre del 1919, avevano partecipato alla presa della città. Anche per gli alti ranghi dell'esercito, che avevano guardato a D'Annunzio con più di un occhio di riguardo, le stranezze che si verificano a Fiume cominciano a essere troppe. L'eterogeneo fronte interventista mette in luce le sue contraddizioni, a lungo nascoste sotto l'idea unificante della "nazione".

La Carta della Reggenza Italiana del Carnaro fu ideata dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris e scritta a quattro mani con D'Annunzio
La Carta della Reggenza Italiana del Carnaro fu ideata dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris e scritta a quattro mani con D'Annunzio

Interventismi

Tra le pieghe contraddittorie delle vicende fiumane si riconosce quella ritualità fatta di suggestioni che ha la sua origine già nella propaganda interventista promossa, non solo da D'Annunzio, tra l'aprile e il maggio del 1915. Già in quella accesa opera di conquista delle piazze si manifestano costrutti retorici che insistono su elementi a-razionali dell'immaginario: il culto dell'azione, la celebrazione dell'ardore, l'immersione esistenziale nel presente. A fornire spessore contenutistico vi è l'evocazione di un passato fittizio e mistificato, presentato sulla base di un'accurata selezione decontestualizzata di avvenimenti: l'antichità romana, l'età comunale, l'espansione veneziana nel Mediterraneo, i fasti del Rinascimento. Sono fili che si riannodano conducendo il discorso verso l'epopea risorgimentale e la costruzione nazionale, ma al contempo vagheggiano una politica nuova, un nuovo ordine del mondo, in cui le vecchie gerarchie saranno rovesciate.

Con il senno di poi, con l'occhio attento di chi conosce il seguito, siamo inevitabilmente indotti a scorgervi una gran parte del repertorio a cui attingerà il fascismo - e Mussolini in primis - solo pochi anni dopo: un insieme di gesti scenici da integrare sincreticamente nella propria liturgia politica e da unire a un bagaglio di proposte, dai contorni sempre indefinibili, di "futura redenzione".

Il Popolo d'Italia, giornale di Mussolini, appoggerà da principio l'impresa di Fiume. Una volta al potere il fascismo si intesterà completamente l'eredità politica della vicenda
Il Popolo d'Italia, giornale di Mussolini, appoggerà da principio l'impresa di Fiume. Una volta al potere il fascismo si intesterà completamente l'eredità politica della vicenda

Limitarsi a denunciare l'appropriazione da parte del fascismo della retorica dannunziana e dell'armamentario concettuale dell'interventismo, per quanto necessario, è tuttavia riduttivo. È fondamentale allargare la visione fino a comprendere come nel 1919, nell'immediato dopoguerra, alcuni lemmi del discorso pubblico avessero ormai una forza evocativa in grado di catalizzare e orientare una parte non residuale dell'immaginario collettivo. Il potenziale eversivo del linguaggio aveva allargato le maglie del registro politico dentro cui era solitamente contenuto. Si può pensare al binomio "guerra-rivoluzione", al concetto di "guerra di popolo" o all'afflato etico di un termine come "pace giusta". Che dire poi dell'evocazione quasi mistica a difendere i "sacri confini" o alla necessità di muoversi verso la "autodeterminazione dei popoli"? Il lessico politico di quella fase che gli storici hanno definito la "crisi dello stato liberale" era costellato di espressioni simili, non troppo diversamente da quanto succedeva in altri paesi usciti dal conflitto. Di fatto quasi nessuna forza politica poteva fare a meno di confrontarsi con un vocabolario intriso di termini in cui l'impronta innegabilmente nazionalista conviveva con l'apertura verso istanze di trasformazione.

Era questa l'eredità più gravosa e indecifrabile della guerra: il lutto collettivo, la militarizzazione dell'immaginario, la sperimentazione concreta della grammatica della violenza si intrecciavano tra loro e convivevano con le aspirazioni, vecchie e nuove, di una società in profonda trasformazione già prima del conflitto. Le classi dirigenti del paese sembravano non sapere più individuare le politiche in grado di tenere insieme le rivendicazioni sociali del proletariato urbano e rurale, l'emergere di nuove soggettività, come quella giovanile e femminile, le difficoltà generali del quadro economico del dopoguerra.

Anche se i risultati delle elezioni del 1919, le prime con il sistema proporzionale, sembrano travolgere la "vecchia politica" liberale con i socialisti e i popolari che fanno il pieno di voti, è pienamente in corso quella che - solo cinque anni più tardi , con il fascismo ormai trionfante - un sempre acuto Gramsci avrebbe poi descritto come "la dissoluzione generale della società italiana, diventata un crogiolo incandescente dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta senza residuo" (Ordine Nuovo, 15 marzo 1924).

Il peso politico e intellettuale che ebbero molti degli esponenti della sinistra interventista è ben sottolineato dalla storiografia specialistica, ma è rimosso dalla grande divulgazione storica, in particolar modo da quella orientata a sinistra. Lasciamo da parte la ben nota vicenda della conversione all'interventismo di Mussolini nell'ottobre del 1914 e della conseguente sua cacciata dal partito socialista.

Proviamo invece a elencare alcuni nomi illustri dell'interventismo di sinistra: l'effetto è straniante. Oltre a incontrarci veri e propri leader sindacali popolari come Filippo Corridoni e Giuseppe Di Vittorio, oltre al già citato De Ambris, possiamo scorgere un buon estratto di quello che sarebbe poi stato il pantheon antifascista: da Pietro Nenni a Gaetano Salvemini, da Piero Calamandrei a Ernesto Rossi, da Emilio Lussu a Ferruccio Parri e a un giovane Carlo Rosselli. E alla sequenza - proprio per coprire un più ampio spettro - si potrebbero aggiungere l'arruolamento volontario di Palmiro Togliatti negli alpini e l'articolo "Neutralità attiva e operante" di Gramsci - apparso sul Grido del popolo di Torino - in cui il pensatore sardo, pur senza discostarsi del tutto dalla linea ufficiale del Partito Socialista, riconosce parte delle ragioni dell'interventismo di Mussolini.

Cruciale resta quindi il nodo della guerra, per comprendere traiettorie che nel 1919 sembrano ancora avere punti di contatto e, poco dopo, sono già profondamente separate. Un bilancio, ancora a caldo, dell'illusione in parte mazziniana e garibaldina, in parte soreliana, che stava a fondamento della sbandata interventista e che travolse molte teste pensanti, lo si scorgerà nell'aprile del 1921. È allora che un ancora giovane Nenni, ormai transitato nella fila socialiste, dopo essere stato prima repubblicano e poi brevemente fascista, scrive sull'Avanti il suo primo articolo: "La bancarotta dell'interventismo di sinistra".

In quel momento però Mussolini ha già saputo appropriarsi, ai danni delle altre anime della sinistra interventista, di quasi tutto l'armamentario retorico necessario per coprirsi sul fianco della "rivoluzione nazionale" e ha quasi definitivamente compiuto la svolta che lo porterà, anche attraverso il patto di pacificazione con i socialisti, a sciogliere i Fasci di combattimento e dare poi vita al Partito Nazionale Fascista con il congresso di Roma del novembre del 1921. 

Il mito di un'altra Fiume

Il tentativo di comprendere storiograficamente quanta continuità e quanta discontinuità vi siano tra l'occupazione di Fiume e l'affermazione del regime fascista ha impegnato gli storici sin dalla fine degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta. In questo contesto si contrappongono le ricerche di chi, da punti di vista diversi, interpretava - come Paolo Alatri e Luigi Salvatorelli - fiumanesimo e fascismo come espressioni di un'unica tendenza politica reazionaria, militarista e conservatrice e di chi - come Renzo De Felice e Ferdinando Cordova - presentava un quadro più contraddittorio e articolato, soffermandosi anche sui contrasti e i dissidi tra D'Annunzio e Mussolini.

Mentre alla metà degli anni Settanta vedevano le stampe due opere destinate a cogliere sfaccettature diverse nel rapporto tra Fiume e il fascismo - il già citato lavoro di Leeden e Le origini dell'ideologia fascista di Emilio Gentile - andava approfondendosi il solco tra Alatri e De Felice, sia sull'interpretazione generale del fascismo, sia, nello specifico, sul rapporto di questo con l'esperienza fiumana. Il polarizzarsi delle due tendenze interpretative e la strumentalizzazione da destra degli studi di De Felice - facilitata da alcune prese di posizione pubbliche dello stesso storico - non hanno consentito che sulla questione di Fiume si uscisse di molto fuori dagli steccati identitari e di appartenenza.

È stato però su un un altro fronte interpretativo che di Fiume si è iniziato a ragionare in modo diverso. Nel 1985 il filosofo anarchico Peter Lamborn Wilson - più noto con lo pseudonimo collettivo di Hakim Bey - inserisce la "Fiume ribelle" nel lungo elenco di esempi storici presentato nel suo saggio T.A.Z. Zone temporaneamente autonome.

«Credo che se paragoniamo Fiume con l'insurrezione di Parigi del 1968 (anche le insurrezioni urbane italiane della prima metà degli anni Settanta) così come pure le comuni controculturali Americane e le loro influenze anarchiche e della New Left, dovremmo notare certe similarità, quali: - l'importanza della teoria estetica (vedi i Situazionisti) - anche la popolarità di pittoresche uniformi militari - anche quella che potrebbe essere chiamata "economia pirata", vivere bene del surplus della sovrapproduzione sociale - e il concetto di musica come cambiamento sociale rivoluzionario - e, infine, l'aria di impermanenza che condividono, di essere pronte a muoversi, a cambiare forma per ricollocarsi in altre università, cime di montagne, ghetti, fabbriche, covi, fattorie abbandonate - o anche altri piani della realtà. Nessuno stava tentando di imporre un'altra Dittatura Rivoluzionaria sia a Fiume, Parigi, Millbrook. O il mondo sarebbe cambiato, oppure niente. Nel frattempo mantenersi in movimento e vivere intensamente.» 

Da questa interpretazione emerge dell'esperienza fiumana il carattere straordinario di mobilitazione permanente, a tratti la totale assenza di progettualità - la stessa pratica della pirateria altro non è che la risposta al problema, non considerato, della mancanza di approvvigionamenti. Si tratta, probabilmente, di forzature interpretative, se si bada alla cura dei dettagli sia nella progettazione dell'impresa sia nel suo sviluppo, ma è innegabile che, con il passare dei mesi, la cifra della spontaneità e dell'improvvisazione aumentino il proprio peso.

Un giovane Giovanni Comisso cammina su uno dei moli di Fiume. Lo scrittore apparteneva alla corrente più "scalmanata" degli artisti ritrovatisi a Fiume.
Un giovane Giovanni Comisso cammina su uno dei moli di Fiume. Lo scrittore apparteneva alla corrente più "scalmanata" degli artisti ritrovatisi a Fiume.

Vi contribuisce l'approdo in città delle personalità più singolari del mondo dell'arte, di corrispondenti di testate politiche nazionali e internazionali, interessati a cogliere quanto vi sia di vero di ciò che si dice di Fiume, se realmente, lì sul golfo del Quarnaro, si assiste alla trasformazione del quotidiano in irreplicabili momenti estetici. Sono questi alcuni dei numerosi elementi che hanno alimentato il mito di "un'altra Fiume".

Un contributo fondamentale, per approfondire questa chiave di lettura, lo offre il saggio di Claudia Salaris Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume. La stessa Salaris, nel costruire una fitta rete di rimandi che collega organicamente tra loro gli aspetti artistici ed esistenziali più eversivi e dirompenti dell'esperienza fiumana, sottolinea alcuni aspetti di storia sociale trascurati dalla storiografia, spesso schiacciata sul punto di vista politico degli eventi.

Per Salaris a Fiume è possibile intravedere 

"l'anticipazione di stati d'animo, idee, iniziative che caratterizzano l'esperienza dei movimenti giovanili controculturali: [...] la forte carica di soggettività di massa; l'importanza data alla festa e al gioco come strumenti liberatori; la libertà sessuale e l'esaltazione del corpo; la centralità delle passioni; l'emancipazione femminile; la circolazione delle droghe che prelude all'odierno antiproibizionismo; l'antimperialismo; le tematiche dei diritti civili; il rifiuto dell'alienazione cittadina e il mito di vivere in armonia con la natura; la sperimentazione nel campo dell'alimentazione [...]; la priorità data alla vita di gruppo e il rifiuto della famiglia borghese; la ricerca di nuovi modi di fare politica [...]; il tentativo di creare forme alternative di economia, o antieconomia, che non riflettano quelle del potere, ma implichino fortemente il concetto di dispersione e dono."

Sembrano restare irrisolti alcuni paradossi. La curiosa amalgama di istanze di liberazione e di "spiriti scalmanati", il clima di festa permanente e di trasgressione si sono intrecciati con la successiva costruzione di un mito conservatore basato sull'assunto del "ritorno all'ordine". Gli stessi futuristi, agitatori più solerti della sovversione fiumana, si sono poi in gran parte adattati ad essere i baluardi del regime fascista.

Appare difficile trovare una risposta, se non nell'icastico aforisma di Walter Benjamin che non smette mai di ricordarci che "l'ascesa del fascismo è testimonianza di una rivoluzione fallita".


Bibliografia

Alatri P., Nitti, D'Annunzio e la questione adriatica, Feltrinelli, Milano, 1959

Bey H., T.A.Z. Zone temporaneamente autonome, Shake Underground, Milano, 1993

Cattaruzza M., L'Italia e il confine orientale, Il Mulino, Bologna, 2007

De Felice Renzo, Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio De Ambris-D'Annunzio (1919-1922), Morcelliana, Brescia, 1966

Frangioni A., Salvemini e la grande guerra. Interventismo democratico, wilsonismo, politica delle nazionalità, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011

Isnenghi M., La nuova agorà. Fiume, in L'Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Il Mulino, Bologna, 2004

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Salaris C., Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume, Il Mulino, Bologna, 2002

Simonelli F. C., Un «microcosmo cosmopolita»? Il mito del legionario straniero a Fiume, in "Memoria e ricerca. Rivista di storia contemporanea", 3/2020, Il Mulino, Bologna

La prima parte di questo intervento dal titolo Fiume italiana? Le radici di un mito politico è stata pubblicata il 31 dicembre 2020