Fiume italiana? Le radici di un mito politico

31.12.2020

A un secolo esatto dall'epilogo dell'occupazione di Fiume da parte di D'Annunzio e dei suoi legionari la narrazione pubblica della vicenda risente ancora della mitizzazione nazionalista che iniziò nell'immediatezza della fine del conflitto e che, in modi differenti, si è protratta fino ai giorni nostri.
Il nostro approfondimento, in due puntate, mira a mettere in discussione alcuni stereotipi.

di Marco Meotto - 31 dicembre 2020

Qui la seconda parte di questo approfondimento, intitolata Fiume ribelle? Un'altra storia, un altro mito, sarà pubblicata il 2 gennaio 2021

Cento anni fa, il 31 dicembre del 1920, Gabriele D'Annunzio si arrendeva al Regio Esercito italiano. Finivano così i sedici mesi dell'occupazione di Fiume: erano bastati cinque giorni di scontri a fuoco, iniziati alla vigilia di Natale e intervallati da momenti di tregua, per avere ragione dei legionari che, da oltre sedici mesi, controllavano la controversa entità territoriale che aveva assunto, alcuni mesi prima, il nome di Reggenza del Carnaro.

D'Annunzio partecipa al rancio insieme ai soldati
D'Annunzio partecipa al rancio insieme ai soldati

La sconfitta di D'Annunzio e dei suoi - che era costata ventidue morti da parte legionaria, diciassette caduti all'esercito regio e cinque vittime civili - permetteva così la piena applicazione del Trattato di Rapallo.

Era questo l'accordo che avrebbe dovuto garantire a Fiume la condizione di "Stato Libero": lo avevano sottoscritto a novembre, dopo una lunga e difficile negoziazione, il governo italiano e quello della Jugoslavia, o meglio, come allora si chiamava, del neonato Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. Una volte apposte le firme sul trattato, il governo di Giolitti aveva intimato a D'Annunzio e ai suoi un ultimatum: il Comandante avrebbe dovuto abbandonare la città entro il 24 dicembre, altrimenti l'esercito sarebbe intervenuto. Il poeta-soldato non aveva accettato le condizioni imposte e aveva ordinato ai suoi di prepararsi a resistere. Ma dopo le cannonate della flotta ancorata nel golfo del Quarnaro e dopo lo sbarco delle truppe dello stato italiano, il "Natale di sangue" - così lo aveva battezzato D'Annunzio - aveva lasciato spazio alla resa. Terminava la Reggenza, iniziava la sua breve esistenza lo Stato Libero di Fiume.

Il primo ministro Giolitti appone la sua firma sul Trattato di Rapallo: è il 12 novembre 1920
Il primo ministro Giolitti appone la sua firma sul Trattato di Rapallo: è il 12 novembre 1920

Questa soluzione, in gran parte simile a quella adottata per Danzica all'altro capo dell'Europa, sarebbe stata infatti poco duratura. Già all'inizio di marzo del 1922 nella città del Quarnaro sarebbe andato in scena un nuovo colpo di mano. I fascisti locali - appoggiati dai capi dello squadrismo triestino - avrebbero assunto il potere locale, impedendo la proclamazione degli esiti delle elezioni per la Costituente dello Stato libero, nettamente favorevoli alla fazione autonomista. Di lì a due anni, con Mussolini ormai al governo, il trattato di Rapallo sarebbe stato stracciato, lo Stato Libero avrebbe cessato di esistere e Fiume sarebbe stata annessa all'Italia. Alla fine, dunque, il grido di chiamata alla mobilitazione - "Fiume è italiana! O Fiume o morte!" - con cui era iniziata, nel settembre del 1919 da Ronchi, la marcia di D'Annunzio e dei suoi legionari verso il Quarnaro, avrebbe trovato compimento definitivo nella politica mussoliniana.

D'Annunzio circondato dai legionari
D'Annunzio circondato dai legionari

Un simile esito ha spesso indotto a formulare parallelismi ricchi di rimandi causali tra la nascita e l'affermazione del fascismo e l'impresa dannunziana di Fiume. Nelle gesta dannunziane, insomma, andrebbero cercati i prodromi dell'ascesa di Mussolini.

A distanza di cento anni dalla fine dell'occupazione legionaria di Fiume è lecito chiedersi se, sul piano della storia pubblica, ci si debba accontentare di questa chiave di lettura o se si possa invece ambire a presentare una trama di eventi e interpretazioni più ricca e sfaccettata.

Inutile nasconderlo: affrontare il nodo di Fiume significa anche fare i conti con molti dei temi scottanti della divulgazione storica di massa. In primo luogo si può ampliare lo sguardo sulla genesi politica della "complessa questione del confine orientale" - per riprendere letteralmente l'espressione presente nella legge che istituisce il Giorno del Ricordo - altrimenti del tutto schiacciata sui temi delle foibe e dell'esodo istriano-giuliano-dalmata.

In seconda istanza si possono indagare, pur con uno sguardo non frontale, le capacità mimetiche e assimilatrici del primo fascismo nei confronti dell'universo composito del reducismo, delle diverse anime politiche dell'interventismo e dell'area culturale erede del mazzinianesimo e degli ideali garibaldini risorgimentali. Infine si possono suggerire strumenti d'interpretazione alternativi a quelli maggiormente in auge quando si affronta sul piano del discorso pubblico il tema dell'affermazione del fascismo, strumenti che tengano conto, nella spiegazione dei fenomeni, del carattere aperto e contraddittorio dei processi storici.

L'evidente campagna mediatica di riabilitazione del ventennio e di rimodulazione dell'immaginario e della memoria pubblica trova talora un'involontaria sponda proprio nella propensione a leggere - e giudicare - il fascismo e tutto ciò che gli ruota attorno attraverso una comprensibile distorsione teleologica.

La consapevolezza che il fascismo sia stato - agli occhi di chi scrive su questo non c'è ombra di dubbio - una tragedia immane nella storia europea contribuisce a schiacciare anche la prospettiva di indagine sulle contraddizioni che si sono intersecate con le origini del fascismo stesso. Siccome il fascismo è stato un regime criminale, che ha sulla coscienza i più bui orrori del Novecento, allora sembrerebbe di scarsa utilità tornare a esplorare le ambiguità e i paradossi che orbitano attorno alla sua prima affermazione.

Eppure è proprio sul piano dell'opacità e degli equivoci che si è costruito il mito di Fiume. Sporcarsi le mani in questo pantano aiuta, da un lato, a comprendere e distinguere meglio cosa fu (e cosa non fu) il fascismo, dall'altro, sottrae argomenti a chi, con o senza intenti nostalgici, prova a presentarci un quadro privo di profondità.

Fiume come simbolo

In che modo la città del Quarnaro diventa il simbolo per eccellenza della "vittoria mutilata"?

Per arrivare a comprendere il contesto delle vicende dei sedici mesi di occupazione dannunziana di Fiume, tra il settembre 1919 e il dicembre 1920, bisogna muoversi avanti e indietro nel tempo. Isoliamo allora tre momenti secondo un ordine non cronologico che si chiarirà in seguito: novembre 1917, aprile 1915, aprile 1919. Ognuno di questi snodi ci rimanderà all'altro.

Novembre del 1917. I bolscevichi hanno appena assunto il potere in Russia. Tra i loro primissimi atti di politica estera vi è la divulgazione degli accordi segreti conservati negli archivi della diplomazia zarista e in quella del deposto governo provvisorio. È dal marzo precedente che i bolscevichi sono a conoscenza dell'esistenza di documenti non divulgabili che legano tra loro le forze che combattono per l'Intesa. Lo sanno da quando Miljukov, ministro degli esteri del primo governo provvisorio, quello guidato dal principe L'Vov e che è succeduto all'abdicazione dello zar, ha mandato a tutte le ambasciate russe d'Europa un telegramma di rassicurazione: la Russia onorerà gli impegni internazionali sottoscritti dall'amministrazione zarista. Nel messaggio è contenuta un'ammissione implicita: la Russia ha siglato con le potenze alleate accordi di spartizione dell'Europa e del mondo una volta terminata vittoriosamente la guerra. "Esigiamo la pubblicazione dei trattati segreti" diventa uno slogan che accompagna la propaganda bolscevica sino alla presa del potere. Una volta conquistato il Palazzo d'Inverno, ecco che i trattati sono resi pubblici.

Tra la fine del 1917 e la primavera del 1918 i trattati segreti tra le potenze dell'Intesa, diffusi dai bolscevichi, sono pubblicati sulla stampa libera di tutto il mondo. In Italia saranno resi noti a gennaio dal Corriere della Sera.
Tra la fine del 1917 e la primavera del 1918 i trattati segreti tra le potenze dell'Intesa, diffusi dai bolscevichi, sono pubblicati sulla stampa libera di tutto il mondo. In Italia saranno resi noti a gennaio dal Corriere della Sera.

Lo scandalo è notevole: nero su bianco compaiono accordi di spartizione, intese sulla definizione di aree d'influenza, contropartite coloniali e ridefinizione dei confini. Per la tradizionale pratica della diplomazia segreta, elemento cardinale delle relazioni tra stati europei fino alla Grande Guerra, è un colpo durissimo. Non è casuale che, proprio nel merito, colga l'occasione per intervenire il presidente statunitense Woodrow Wilson: il primo dei suoi celebri quattordici punti - attorno a cui ruotano molte delle questioni inerenti la vicenda che stiamo trattando - mette chiaramente al bando la pratica degli accordi segreti. D'ora in poi, lascia intendere Wilson, la diplomazia dovrà procedere con trasparenza e pubblicità. Ma, per la vicenda che ci interessa, ciò che è importante è che tra i segreti resi noti dai bolscevichi c'è il Patto di Londra, quell'accordo decisivo per le sorti dell'Italia, firmato, su ordine del governo di Roma, dall'ambasciatore italiano sul suolo britannico, nell'aprile del 1915. Ed è questo il motivo del nostro salto indietro nel tempo.

26 aprile 1915. Senza aver consultato il Parlamento, il governo dà l'assenso a un accordo diplomatico in base al quale l'Italia si impegna a entrare in guerra al fianco delle tre principali potenze dell'Intesa: Francia, Gran Bretagna e Russia.

Nel Patto sono contenute, con precisione, le indicazioni dell'espansione italiana ai danni dell'Austria-Ungheria lungo il confine settentrionale (nell'area del Trentino) e lungo quello orientale (nell'area della Venezia-Giulia, del Goriziano e dell'Istria). Seguono indicazioni relative al riassetto dell'Albania sotto l'egida dell'imperialismo italiano, accompagnate da vaghe clausole inerenti la spartizione dei domini ottomani e le possibilità di espansione coloniale in Africa.

Di Fiume non si parla. Nel 1915 nessuno tra i sottoscrittori dell'accordo immagina che dalla dissoluzione dell'impero asburgico possa nascere uno stato jugoslavo. Quanto a Fiume, da secoli "corpus separatum" dell'impero, - cioè città-stato con forti prerogative di autogoverno - nessuno obietta al fatto che possa continuare a essere lo sbocco al mare per Budapest, capitale di un ipotetico nuovo stato magiaro dopo il conflitto. Seppur abitata da una maggioranza di popolazione di lingua italiana (quasi la metà degli abitanti, a fronte di un terzo di croati e di cospicue minoranze di sloveni, ungheresi e tedeschi, secondo il censimento asburgico del 1911) Fiume non è quindi al centro della trattativa che, nella primavera del 1915, porta all'ingresso in guerra dell'Italia.

Torneremo più avanti - nella seconda parte di questo approfondimento - sul clima politico di quel momento, sulla costruzione dell'immaginario bellico e sulla capacità di radicamento di un certo ordine del discorso nella mentalità collettiva, per ora è però importante sottolineare che, persino sul "Popolo d'Italia" di Mussolini, le rivendicazioni territoriali che avrebbero dovuto accompagnare l'entrata dell'Italia nel conflitto si limitavano, sul confine orientale, a Gorizia, Gradisca, Trieste e la cosiddetta Istria italiana (cioè la parte occidentale della penisola) fino al Monte Maggiore. L'acquisizione della Dalmazia e di Fiume non erano contemplate, pur rivendicando - nell'ipotesi di un'espansione del regno di Serbia - la tutela della popolazione di lingua e cultura italiana. Quando però, a guerra finita, si aprono le trattative di pace a Parigi, lo scenario sembra molto diverso. Per questo dobbiamo fare un balzo in avanti di quattro anni.

Aprile 1919. La delegazione diplomatica italiana abbandona la Conferenza di Versailles. Il primo ministro Orlando e il ministro degli esteri Sonnino denunciano quello che, a loro avviso, è un trattamento iniquo nei confronti dell'Italia. Cosa sta succedendo?

La partita diplomatica si gioca su più piani. In primo luogo, la delegazione italiana si trova a trattare da una posizione di debolezza a causa di un'inattesa novità. Al tavolo delle trattative, dalla parte dei vincitori, siede una nuova realtà statale. Il Regno di Serbia si è messo alla guida di un rapido processo di federazione di altre entità abitate in maggioranza da popolazioni slave. Il progetto di una confederazione degli slavi del sud è appoggiato dal presidente Wilson che ha commissionato un gruppo d'inchiesta affinché si possa garantire il rispetto del principio di autodeterminazione nazionale. Al contempo anche la Francia, approfittando dell'eclissi russa a causa della rivoluzione, ambisce a ritagliarsi un ruolo di influenza nell'area balcanica e sostiene così le rivendicazioni del nascente governo jugoslavo. Per l'Italia si tratta di confrontarsi con più problemi: il governo liberale, che ha fatto proprie molte delle rivendicazioni dei nazionalisti, chiedendo l'assegnazione di Fiume e della Dalmazia, rischia di non riuscire ad ottenere nemmeno il rispetto degli accordi di Londra, almeno per i punti in cui questi si scontrano con i principi wilsoniani.

L'immagine di un'Italia vittoriosa nel conflitto, ma vinta al tavolo delle trattative - che corrispondeva all'intuitiva e felice espressione della "vittoria mutilata" coniata da D'Annunzio prima ancora della fine ufficiale della guerra - non fa altro che fomentare le pulsioni irredentiste più estreme. Anni più tardi Angelo Tasca avrebbe osservato come il sentimento di frustrazione e di ingiustizia sarebbe stato uno degli elementi psicologici fondamentali sfruttati dal fascismo nella sua affermazione.

D'altra parte, in un brillante saggio - L'Italia e il confine orientale - Marina Cattaruzza ha posto l'accento sul fatto che "la richiesta italiana agli alleati di tenere fede al Patto di Londra era in sé meno peregrina di quanto sia stata valutata da buona parte della storiografia nazionale e internazionale".

La storica sottolinea come patti simili a quelli stipulati con l'Italia erano stati sottoscritti e poi ampiamente rispettati per quanto riguarda la cobelligeranza dei contingenti cechi e polacchi, senza considerare le concessioni nei confronti della Romania che, in sede di conferenza di pace, si vedeva assegnate vaste regioni in cui il rispetto del principio di autodeterminazione nazionale era eufemisticamente discutibile. Non sfugge quindi a Cattaruzza che "il mancato soddisfacimento delle richieste italiane a Parigi non era dovuto tanto al fatto che tali richieste si scontravano con il principio di nazionalità, quanto al fatto che esse erano ora rivolte ad un imprevisto nuovo Stato vincitore. Nei confronti della Germania e dell'Ungheria non c'erano state remore a cedere territori abitati da milioni di appartenenti a queste nazionalità agli Stati successori, contro l'espressa volontà delle popolazioni".

Sul piano del consenso interno l'abbandono della Conferenza di Parigi da parte di Orlando e Sonnino compatta l'opinione pubblica: nella votazione di un ordine del giorno in parlamento solo il gruppo socialista, e nemmeno tutto, si astiene alla richiesta di tutela italiana su Fiume e Spalato. Tuttavia l'esecutivo è comunque costretto alle dimissioni per l'incapacità di risolvere l'impasse diplomatica. Subentra un governo presieduto da Nitti, con Tittoni agli esteri. La nuova compagine ministeriale prova a riannodare il difficile filo delle trattative ed è in questo contesto che la vera questione esplosiva diventa quella della città di Fiume.

Francesco Saverio Nitti. Sarà soprattutto contro l'esecutivo presieduto dal deputato lucano che D'Annunzio si produrrà nella più feroce invettiva.
Francesco Saverio Nitti. Sarà soprattutto contro l'esecutivo presieduto dal deputato lucano che D'Annunzio si produrrà nella più feroce invettiva.

Un mito in tempo reale

Ad alimentare il clima effervescente che porterà D'Annunzio a mettere in atto la marcia dei legionari che, partiti da Ronchi, giungeranno a prendere Fiume nel settembre del 1919, sono una serie di tumulti che hanno luogo nella città quarnerina sin dalle settimane successive all'insediamento del governo di Nitti. Il 6 luglio vi sono scontri tra le truppe di stanza dell'Intesa - nella fattispecie una guarnigione coloniale francese - e la popolazione civile: meno di un mese prima Wilson aveva reso noto un nuovo memorandum sul confine italo-jugoslavo. In esso si prevedeva che Fiume avrebbe dovuto essere la capitale di uno "Stato libero" comprendente tutta l'Istria orientale, la fascia costiera e alcune zone dell'entroterra. Sarebbe stata un'entità territoriale a maggioranza croata, poiché fuori dai grandi aggregati urbani la proporzione tra popolazione di lingua italiana e popolazione di lingua slava si rovesciava a vantaggio di quest'ultima. A cinque anni dalla sua fondazione, gli abitanti dell'entità territoriale avrebbero dovuto pronunciarsi sulla loro appartenenza all'Italia, alla Jugoslavia o sulla permanenza nella condizione di "Stato libero".

Un gruppo di arditi si mette in posa di fronte all'obbiettivo fotografico insieme ad alcuni abitanti di Fiume
Un gruppo di arditi si mette in posa di fronte all'obbiettivo fotografico insieme ad alcuni abitanti di Fiume

È in questa cornice che si situa la cosiddetta "impresa" di D'Annunzio. Un'azione, curata nella sua organizzazione minuziosamente a tavolino, finanziata da ambienti vicini alla grande borghesia irredentista triestina e dall'associazione nazionalista Trento-Trieste, e appoggiata da esponenti di spicco dell'esercito, tra cui il duca d'Aosta, Emanuele Filiberto, a capo della III Armata. Tra gli alti gradi militari non si escludeva che potessero avviarsi operazioni belliche lungo il confine orientale contro le truppe del Regno di Jugoslavia. E che dietro le quinte dell'impresa dannunziana si cercasse il pretesto per un colpo di stato militare è ben più di un'ipotesi.

Ciò che succede a Fiume dopo l'arrivo di D'Annunzio e dei suoi è però qualcosa che arricchisce di caratteri unici una delle tante controversie internazionali del dopoguerra - per intenderci, nel corso di quell'estate, sono contemporaneamente in corso la guerra greco-turca (a cui prenderanno parte tutte le potenze europee), la guerra civile in Russia (con i bianchi aiutati da tutte le potenze dell'Intesa) e l'invasione rumena dell'Ungheria per soffocare la repubblica consiliare di Bela Kuhn.

Michael Ledeen, in un classico della storiografia su Fiume - The first Duce - , ha parlato di "sacra rappresentazione politica": tutte le testimonianze concordano nell'affermare che Fiume visse, nei sedici mesi dell'occupazione, in un tempo quasi sospeso, un'epoca unica sottratta alla dimensione del quotidiano.

Ed il primo grande problema che lo storico incontra nello studiare le vicende di D'Annunzio a Fiume è proprio questo: il carattere di "poema in diretta" che l'impresa assume rende spesso inscindibile la sovrapposizione tra i fatti e il loro racconto pubblico. Il mito di Fiume si costruisce nel dipanarsi stesso dell'occupazione dannunziana. L'analisi di Leeden identifica nell'operato di D'Annunzio alcuni elementi che anticipano, ispirano e suggeriscono quelle cerimonie pubbliche che saranno proprie del fascismo, ma vi scorge anche altro: una capacità visionaria, in grado anticipare i tempi di decenni. Chi vive le vicende fiumane, in ogni caso, assiste a una grande messinscena, curata fin nei minimi dettagli dal poeta. Questi, con il suo armamentario fatto di discorsi dal balcone, di dialoghi fittizi con la folla osannante, di retoriche reinvenzioni del passato, realizza il progetto personale della "città di vita". Sarebbe impossibile affrontare lo studio di cosa accadde a Fiume senza tenere conto della fusione dei chiari intenti estetici del poeta con i vagheggiati, e talora mutevoli, fini politici: trasformare l'intera esistenza in arte procede di pari passo con il progetto di rivendicare la "italianità" dell'intero Adriatico o, al contrario, con il voler sovvertire l'ordine mondiale mettendosi a capo di una lotta serrata contro il "trust degli stati ricchi". È l'estro del poeta, volutamente alieno a criteri di razionalità e pragmatismo. che aiuta a comprendere come mai a Fiume si trovino a coesistere progettualità che confliggono.

Uno dei numerosi comizi di D'Annunzio a Fiume. I discorsi in mezzo alla piazza, dal balcone o a teatro da parte del poeta-soldato saranno una costante quotidiana dell'esperienza fiumana.
Uno dei numerosi comizi di D'Annunzio a Fiume. I discorsi in mezzo alla piazza, dal balcone o a teatro da parte del poeta-soldato saranno una costante quotidiana dell'esperienza fiumana.

Lo sintetizzano bene le parole di Mario Isnenghi che sottolineano come Fiume sia "una favola con tutte le licenze della fantasia". 

In un'impresa che è nata - ricordiamolo - con intenti dichiaratamente nazionalisti, vi trovano spazio: "espansione e conquista - va da sé -, nazionalismo, ma anche nazionalcomunismo, cosmopolitismo, internazionalismo; e, contemporaneamente, sesso e droga, repubblica e diritto di voto per tutti, uguaglianza delle donne, forme di autogestione a tutti i livelli, nazione armata, democrazia e partecipazione femminile alla vita militare, accordi con la Russia dei soviet, riavvicinamento agli slavi in spirito di libertà e fraternità dei popoli, rivendicazioni antimperialiste e anticoloniali".

Insomma, a Fiume troviamo davvero di tutto: certo, chi già è fascista, chi lo diventerà, ma anche chi si batterà - da subito e prima di altri - contro il fascismo stesso.

Qui la seconda parte di questo approfondimento, intitolata Fiume ribelle? Un'altra storia, un altro mito, sarà pubblicata il 2 gennaio 2021