“Estallido social”. Il Cile tra referendum, crisi di governabilità e proteste sociali

Il Cile si trova ad un bivio. Le manifestazioni degli ultimi mesi hanno costretto il governo ad avviare riforme economiche e sociali, e a superare definitivamente la costituzione pinochettista.  

di Andrea Mulas - 27 marzo 2020 

Militari nelle strade di Santiago del Cile (Fonte: www.t13.cl)
Militari nelle strade di Santiago del Cile (Fonte: www.t13.cl)

L'eredità economica dei militari

Se si rileggessero i dati dell'economia cilena di venti o trent'anni fa e il suo andamento durante questo lasso di tempo si coglierebbero gran parte delle motivazioni che hanno spinto migliaia di cileni a protestare in piazza.

Nel 2002 il "New York Times" diede atto a Pinochet di avere «avviato con il golpe la trasformazione del Cile da arretrata repubblica delle banane a campione dell'economia latinoamericana». La realtà dei fatti era assai diversa. Dal 1973 al 1986 si era registrata crescita zero e nel 1986 il potere d'acquisto dei salari era diminuito del 10%, un quarto del paese viveva in stato di assoluta povertà e un terzo guadagnava meno di 30 dollari la settimana.

La feroce dittatura militare in diciassette anni (1973-1990), facendo proprie le indicazioni degli economisti della scuola di Chicago guidata da Milton Friedman, lasciò in eredità alle forze democratiche un paese svenduto alle politiche neoliberiste statunitensi e dilaniato dalle violazioni dei diritti umani. Un Cile dipendente e impaurito.    

Costituzione Politica della Repubblica del Cile del 1980 (Biblioteca del Congreso Nacional de Chile)
Costituzione Politica della Repubblica del Cile del 1980 (Biblioteca del Congreso Nacional de Chile)

La debole "transición a la democracia"

La coalizione di centro-sinistra nota come "La Concertación" vinse il referendum indetto nel 1988 dal Comandante delle Forze armate Augusto Pinochet per prorogare il suo mandato di altri otto anni, ma questo non significò affatto la fine del "modello Pinochet" in campo economico-sociale, istituzionale e dei diritti umani. Il generale rimase in carica fino al 1990; il sistema giudiziario, arcaico e filomilitarista, non venne toccato; la polizia segreta e i militari furono protetti dall'amnistia; non venne rimosso alcun capo militare, e così via.

L'11 marzo 1990, giorno dell'insediamento ufficiale di Patricio Aylwin, primo presidente della Repubblica eletto democraticamente, il generale Pinochet sedeva accanto al neoeletto presidente. È lo stesso Pinochet a consegnare ad Aylwin le insegne del potere repubblicano, e il dittatore che se ne va e il presidente democratico appaiono entrambi vincenti. Le immagini appena descritte, fortemente simboliche, suggeriscono che la storia cilena degli ultimi quarant'anni non è di facile lettura.

Era chiaro che la Costituzione voluta da Pinochet, approvata sotto un regime repressivo con referendum popolare l'11 settembre 1980, avrebbe regolamentato e influenzato la vita dei cileni fino alla riforma del 2005 e oltre. 

Si badi che quest'ultima non fu una nuova carta costituzionale, tanto che nei siti delle maggiori istituzioni politiche cilene l'ultima Costituzione indicata è quella del 1980, ma di una riforma, sicuramente fondamentale perché con quest'atto prese avvio la timida "transición a la democracia".

La questione dei diritti umani

I più critici la definirono una "democrazia travestita" (primo fra tutti il sociologo Tomás Moulian) anche alla luce dei timidi passi nel doloroso campo del riconoscimento delle violazioni dei diritti umani e degli aguzzini.

Come nel caso della Comisión de Verdad y Reconciliación, che, istituita nel 1990, era composta sia da oppositori che da fiancheggiatori del regime militare. Seguì la Mesa de Diálogo (agosto 1999-giugno 2000), composta sia da civili che da esponenti delle gerarchie militari. Ma anche questa commissione non fu in grado di determinare dati certi sulle violazioni perpetrate: le iniziative si infrangevano contro la cosiddetta Legge d'amnistia che aveva sancito l'amnistia complessiva per tutti i crimini commessi tra l'11 settembre 1973 e il 10 marzo 1978.

Il primo passo importante, la svolta, avvenne con la presidenza del socialista Ricardo Lagos che nel 2004 volle l'istituzione della cosiddetta Commissione Valech, il cui rapporto finale indicò che tra il 1973 e il 1990 ci furono 40.000 vittime di violazioni dei diritti umani, 3.216 persone uccise o scomparse, mentre 38.254 le persone che subirono detenzione politica e/o tortura.

Nel nuovo millennio, a piccoli passi

«La transizione politica è finalmente conclusa e oggi entriamo nel nuovo millennio»; «Comincia un tempo nuovo»; «Abbiamo ormai chiuso con l'autoritarismo»; «Somos todas presidentas». Così parlavano le giovani donne che il 15 gennaio 2006 sfilavano allegramente per le strade di Santiago per festeggiare la vittoria elettorale della socialista Michelle Bachelet, prima donna presidente della Repubblica del Cile e figlia di un generale dell'Aeronautica morto nel 1974 per le torture subite. Icona di un Cile nuovo, democratico e progressista, sotto la sua guida il Paese finalmente voltava pagina.

Le riforme avviate nei suoi due mandati (2006-2010 e 2014-2018) sono state sicuramente importanti per iniziare a costruire uno stato con strutturate reti sociali e tutele civili. Un esempio è dato dalla riforma del sistema educativo che ha centralizzato l'amministrazione delle scuole pubbliche e per la prima volta ha permesso di studiare gratuitamente a trecentomila studenti. Anche se il progetto della "Nuova pubblica istruzione", ovvero la promessa della gratuità per tutti non venne mantenuta e mai sarà raggiunta. L'istruzione, tanto secondaria come universitaria, oggi rimane tra le più costose dell'America latina, agendo come un potente catalizzatore delle disuguaglianze esistenti invece di promuovere mobilità sociale. Solo l'11% degli studenti provenienti dai settori più poveri della popolazione riesce ad ottenere un titolo universitario, contro l'84% degli studenti più abbienti.

Di contro, nel 2016 è stata approvata la riforma del lavoro e riconosciuto il diritto allo sciopero e l'anno successivo la divisiva e contrastata legge che depenalizzava l'aborto terapeutico, vietato durante il regime militare. Ma è anche vero che il sistema di salute pubblica è limitato nella sua copertura e nella qualità delle prestazioni, favorendo il prosperare di assicurazioni sanitarie private, costosissime.

"No. I giorni dell'arcobaleno" del regista Pablo Larrain, film sul referendum del 1988
"No. I giorni dell'arcobaleno" del regista Pablo Larrain, film sul referendum del 1988

Una società fondata sulle disuguaglianze

Nonostante l'economia cilena negli ultimi due decenni sia stata la più solida rispetto all'andamento della regione sudamericana (si confronti con i casi dell'Argentina e del Venezuela) e abbia diminuito il tasso di povertà (passando dal 30% al 6,7% della popolazione), dall'ultimo Rapporto redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) lo scorso anno è emerso che tra i paesi con il più alto tasso di sviluppo il Cile presentava la più alta disparità di reddito, dove l'1% della popolazione deteneva il 26,5% della ricchezza e il 50% più povero solo il 2%. Ciò è il frutto di un regime fiscale regressivo, in base al quale tutti pagano poche tasse, senza alcuna distinzione tra l'1% e il resto, e lo Stato abiura al suo ruolo "equilibratore" di garante del patto sociale.

Si pensi che da uno studio della Comisión Económica para América Latine y el Caribe (Cepal) elaborato nel 1970 risultava che appena il 5% della popolazione godeva del 30% del reddito nazionale. Da allora la forbice sociale non si è ristretta di molto.

Le disuguaglianze cilene non si riducono alla dimensione socio-economica. Nel paese esistono altre disparità molto marcate e invise alla popolazione. Una di queste è la disparità di trattamento che prende forma nel rapporto con le istituzioni, con il mondo del lavoro, con i servizi pubblici a seconda della classe sociale di appartenenza o del genere.

Il dato che emerge è chiaro. Le istituzioni democratiche nell'arco di trent'anni non sono riuscite a mitigare le disuguaglianze, che continuano a essere una pesante eredità che incide profondamente nello sviluppo del Cile. Ciò dimostra che la crescita economica non ha risolto di per sé i problemi della povertà e dell'ineguaglianza, rivelandosi in realtà uno strumento per mantenere lo status quo delle classi dominanti.  

Santiago del Cile, 25 ottobre 2019 (Fonte: www.t13.cl)
Santiago del Cile, 25 ottobre 2019 (Fonte: www.t13.cl)

"Estallido social" tra rivendicazioni e stato d'emergenza

Il 18 ottobre 2019 le violente proteste che scoppiano nella capitale non sono certo causate solo dall'aumento del biglietto della metro. Il cosiddetto "estallido social" ha messo a nudo la lacerazione del tessuto sociale del paese andino, la debolezza del suo apparato statale e le contraddizioni del suo modello di sviluppo. Lo dimostra il fatto che, sorvolando sull'analisi della composizione sociale dei manifestanti, non si è trattato di un evento sporadico ad opera di estremisti, poiché si sono susseguite marce di cittadini, cacerolazos, numerose manifestazioni pacifiche lungo tutto il paese con un sostegno da parte del 65% dei cileni. Una settimana dopo per le strade della capitale manifestavano 1,2 milioni di persone.

Il governo presieduto da Sebastian Piñeira (secondo mandato) non ha aperto una linea di dialogo ma ha scelto di decretare lo stato d'emergenza nelle province di Santiago e Chacabuco:

«L'obiettivo è molto semplice ma molto profondo: assicurare l'ordine pubblico. Assicurare la tranquillità degli abitanti della città di Santiago, proteggere i beni sia pubblici che privati, e soprattutto garantire i diritti di ogni nostro compatriota che sono stati seriamente messi in pericolo dall'azione di veri delinquenti che non rispettano niente e nessuno».

La misura di fatto limitava i diritti di riunione e movimento e consentiva ai militari di svolgere funzioni di polizia, con risultati propri di un regime militare e non certo di uno Stato di diritto. Secondo la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh) dal 18 ottobre al 31 gennaio ci sono state 29 vittime, 13.046 feriti durante le proteste e circa 23.000 arresti che hanno subito diversi abusi. Oltre a decine di aggressioni subite da giornalisti e fotoreporter da parte delle forze di sicurezza.

Forze di polizia a Santiago del Cile (Fonte: www.ciperchile.cl)
Forze di polizia a Santiago del Cile (Fonte: www.ciperchile.cl)

Verso il plebiscito costituzionale

Solo il 15 novembre quasi tutte le forze parlamentari hanno sottoscritto l'Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione avviando un processo costituente con l'impegno di indire un referendum per elaborare una nuova carta costituzionale da sottoporre, successivamente al voto del Parlamento, ad un plebiscito popolare per la ratifica. Nel frattempo il governo, con l'appoggio delle opposizioni, ha approvato una serie di misure sociali che incidono sulle pensioni e la salute. Indetto per il 26 aprile, vista la situazione emergenziale causata dal coronavirus il referendum è stato prorogato al 25 ottobre prossimo solo grazie alle sollecitazioni della giovane presidente del Colegio Médico (Colmed) Izkia Siches, che ha criticato le prime inefficaci misure del governo e ha convocato tutte le forze politiche dimostrando lo scenario di diffusione dei contagi qualora non si fossero assunte misure rigide di isolamento.

Come ha evidenziato il politologo José Viera-Gallo (sottosegretario alla Giustizia del presidente Salvador Allende) il Cile si trova ad un bivio: 

«Nell'orizzonte si biforcano i cammini: uno è quello del plebiscito e del cambiamento costituzionale, che presuppone la continuità dell'attuale governo Piñeira, l'altro è quello dell'insurrezione e della violenta rivolta per provocare la caduta del governo che renderebbe irrealizzabile il previsto processo costituente. Non esiste un'alternativa intermedia, nemmeno la possibilità di integrare elementi dell'uno e dell'altro».

Quindi il cammino per uscire dalla crisi è ancora lungo e tortuoso.

Non c'è dubbio che le forze parlamentari si trovino di fronte alla sfida più importante della giovane democrazia cilena, che ha il compito di ristabilire un rapporto credibile tra istituzioni e cittadini accogliendo le richieste di una maggiore uguaglianza nella distribuzione della ricchezza, di una crescente partecipazione statale nell'erogazione di beni/servizi pubblici nei campi dell'istruzione, della salute, delle pensioni. In breve, il superamento dell'attuale iniquo modello economico-sociale che si è dimostrato fallimentare.