Difendiamo la memoria della Resistenza. È ora di finirla con la manipolazione della storia

Arriva l'ennesimo attacco, firmato da Paolo Mieli, alla storia e alla memoria della lotta partigiana. Un attacco che, ignorando deliberatamente il contesto in cui andò in scena la guerra di liberazione, vuole demolirne il significato più profondo. 

La Ciurma - 15 aprile  2020

La copertina del libro a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi (Feltrinelli Editore)
La copertina del libro a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi (Feltrinelli Editore)

2019-2020: ancora un'offensiva mediatica

E ci risiamo: esce con il roboante titolo Memoria senza miti. Parlano i partigiani, una lunga lettura di Paolo Mieli del libro in uscita a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi Noi,  Partigiani. Memoriale della Resistenza italiana che a suo dire svela una «grande sincerità sulle pagine oscure della Resistenza da parte di coloro che presero le armi per la libertà». Mieli, però, tutto ricorda tranne lo slancio concreto e ideale di quelle donne e quegli uomini che scelsero appunto la lotta «per la libertà». Al contrario, condendo la casistica - appositamente selezionata - di commentini striminziti e puntuti, affastella episodi singoli per imbastire il solito discorso sui soliti temi: zone oscure, pagine nere, silenzi e colpe del partigianato e dei presunti detentori della sua memoria.

Corriere della Sera, 15 aprile 2020
Corriere della Sera, 15 aprile 2020

 Due mesi fa avevamo proposto un appello in difesa delle storiche e degli storici, dopo le minacce neofasciste arrivate a Eric Gobetti, perché - scrivevamo - «collocare i fatti che si studiano nel loro contesto è il senso ultimo del mestiere dello storico: chi non lo accetta, oltre a non conoscere i fondamenti della disciplina storica, continua a non volere fare i conti con il passato del nostro paese». E ora, seguendo un copione scontato e decontestualizzando completamente quegli episodi che ravviva, Mieli inaugura l'ennesima offensiva anti-antifascista d'aprile, con un'operazione di profonda disonestà intellettuale, seguendo corsivi che già, in questi giorni, erano usciti con il dichiarato obiettivo di archiviare una volta per tutte la memoria pubblica della lotta di liberazione.

Non c'è ombra di dubbio che, in questi 75 anni di storie e memorie della Resistenza, la narrazione pubblica della guerra partigiana abbia assunto configurazioni complesse, che non sempre hanno reso giustizia a tutte le «facce» che hanno costruito il prisma resistenziale, producendo un'immagine da riequilibrare. Inoltre i più organizzati, i più preparati a combattere e a coglierne i frutti da oltre vent'anni erano i comunisti, e le prime fortunate storie della Resistenza furono indubbiamente opera loro, a partire dalla Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia, che nel 1953 fissò il «canone» di quella che verrà contestata come l'egemonia «rossa» nel racconto della lotta partigiana da parte delle forze che meno l'avevano partecipata, la Democrazia cristiana su tutte (si vedano i lavori di Filippo Focardi e Santo Peli). Se è vero che non fu affatto trascurabile la presenza di anime «moderate» nella lotta di liberazione, però, è innegabile il fatto che circa la metà di tutti i partigiani italiani combatté nelle «rosse» Brigate Garibaldi, comandate dall'antifascista di vecchio corso Luigi Longo, e che i comunisti raggiunsero traguardi straordinari, come nel caso dell'insurrezione di Genova che - seguita da Torino e Milano - si liberò da sola, e dove il generale tedesco Günther Meinhold firmò l'atto di resa di fronte all'operaio (comunista, appunto) Remo Scappini. Fu un caso eclatante nell'Europa occupata: un comando tedesco si arrendeva ufficialmente davanti a formazioni partigiane. Ma neanche questo Mieli lo ricorda, sebbene l'ultima commovente testimonianza nel volume di Lerner e Gnocchi, quella della staffetta Mirella Alloisio, sia proprio dedicata a questa vicenda strabiliante, il wonderful job genovese (così venne chiamato dal generale statunitense Edward Almond).

L'idea che sia esistita una narrazione falsa della Resistenza che ha dominato la nostra sfera pubblica, una narrazione che ha «stufato», da «revisionare» a ogni costo svelando presunte «contro-verità» ed estraendo gli ultimi «tabù» dall'«ombra», nell'ottica di «pacificare» e «riconciliare», ha preso sempre più piede nel senso comune all'insegna di tricolori sventolati, di «ragazzi di Salò» da perdonare o con i quali empatizzare. Per cancellare, occultare o ridimensionare le colpe del fascismo, evidentemente: «invece di ricordare gli errori e di accettare le responsabilità ci si rifugia nel culto dei morti che sono tutti eguali sotto la terra nera», scriveva Giorgio Bocca nel 2002; «il becchino sostituisce il giudizio di Dio e degli uomini», aggiungeva (Il valore del 25 aprile, «la Repubblica», 5 maggio 2002). Tolte alcune eccezioni, è stata totalmente sdoganata l'idea della Resistenza come qualcosa da condannare, da guardare con sarcasmo, come il regno degli eccessi, delle vendette, delle «questioni private» risolte con l'alibi della guerra di liberazione e della guerra civile.

Se da un lato è vero che molte voci «mancano» - quella degli anarchici, o degli stranieri, o delle formazioni a sinistra del PCI, per esempio -, in un racconto storicamente equilibrato degli ultimi due anni di guerra, non sono certo quelle ambigue rievocate qui sopra, che hanno avuto fin troppi lettori e fin troppi cantori, su tutti Giampaolo Pansa, che in molti si sono affrettati a piangere al momento della sua scomparsa, dopo la sua sistematica demolizione della memoria resistenziale nell'ultimo ventennio.  

Corriere della Sera, 26 novembre 2019
Corriere della Sera, 26 novembre 2019

 In queste ore gli si affianca con convinzione, terminando il suo graduale e inesorabile scivolamento a destra (molto a destra), Paolo Mieli. Già qualche mese fa (26 novembre 2019) recensendo la Storia della Resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli con un articolo dall'eloquente titolo La Resistenza senza tabù. I conflitti tra le formazioni partigiane sono rimasti nell'ombra troppo a lungo (ancora CorSera), Mieli aveva firmato una notevole operazione di sciacallaggio intellettuale, incentrando integralmente la sua "recensione" su un capitolo del libro (il sedicesimo), lasciando intendere che Flores e Franzinelli avessero fatto proprio l'operazione di presunto "svelamento" da lui descritta e auspicata. Eppure, oltre a leggere gli altri diciassette capitoli del libro - un utile compendio da tenere sulla scrivania -, basterebbe prendere la citazione con cui i due storici decidono di chiudere il loro ponderoso volume (è a p. 555), tratta dalla prefazione di François Marcot a La vie à en mourir. Lettre de fusillés 1941-1944, per realizzare che il loro intento è sideralmente distante dall'"appropriazione" di Mieli:

La società che i resistenti hanno contribuito a distruggere era quella dell'oppressione, e non occorrono frasi magniloquenti per dire che essi hanno combattuto per la loro libertà e per quella dei loro figli - vale a dire per la nostra. Anche se l'attuale società non ha nulla in comune con quella contro cui essi si sono ribellati, gli ultimi scritti dei fucilati si rivolgono a noi: cosa abbiamo fatto della società che ci hanno affidato? Cosa abbiamo fatto del loro ideale di solidarietà? Che significato abbiamo dato alla loro morte?

La copertina del libro di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (Editori Laterza)
La copertina del libro di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (Editori Laterza)

La Resistenza che non c'è

Che significato stiamo dando alla Resistenza, aggiungiamo noi? Sembra che l'unico interesse di Mieli sia quello di non mancare occasione per sferrare attacchi (decisamente oltre il tempo massimo, by the way) all'egemonia «rossa», prendendo peraltro, nel farlo, clamorose cantonate, come quando arrivò a sostenere, in una puntata de "La Grande Storia", che le vittime delle foibe fossero tutte «innocenti» e che sarebbero decine di migliaia o forse «addirittura centinaia di migliaia - non lo sapremo mai con esattezza», centuplicando così le stime piuttosto precise degli storici.

E così, come già ha fatto inquinando il tentativo di Flores e Franzinelli di scrivere una sorta di manuale equilibrato e ragionato della Resistenza che includesse gran parte dei temi e delle vicende raccontate dalla storiografia degli ultimi decenni, Mieli ripropone la stessa operazione, meno di cinque mesi più tardi, scegliendo con il mirino una campionatura di episodi complessi e discussi in un volume che non li tace ma che invece, con le ultime voci dei protagonisti di quella stagione ancora in vita, cerca di ricomporre un affresco che includa soprattutto e innanzitutto il loro slancio politico ed esistenziale.

Dai regolamenti di conti dell'immediato dopoguerra ai «processi stalinisti» a conflitto in corso, dall'attentato di via Rasella (implicitamente condannato) all'eccidio di Porzûs, il risultato è un furore ideologico che fa perdere completamente di vista a Mieli il libro che ha tra le mani: i fascisti nella sua lunghissima recensione non ci sono, e quando invece appaiono sono vittime di una violenza mai contestualizzata. Dove sono, ad esempio, i familiari di Mario Candotto, operaio dei cantieri navali di Monfalcone e protagonista della prima Brigata Proletaria, che nella sua intervista racconta come due suoi fratelli siano morti in combattimento, il padre a Dachau e la madre ad Auschwitz? Dove sono le violenze inaudite nazifasciste che si sono scatenate su villaggi e città, dove sono le stragi, dove sono le deportazioni? Le decine di anziani combattivi a cui dobbiamo molto diventano così, sulle pagine di uno dei principali quotidiani italiani, niente più che dei sempliciotti - neanche troppo velatamente -, dei complici spesso ingenui di un movimento sanguinario. È stata questa la Resistenza? Niente affatto.

È un clamoroso caso di appropriazione indebita di un volume di oltre trecento pagine, che è il risultato di 420 interviste e centinaia di ore di filmati, un volume in cui cinquanta protagoniste e protagonisti di quella stagione - per lo più novantenni o centenari - tornano sulla loro memoria stratificata, unificata in un'unica "voce" da Gad Lerner e Laura Gnocchi (operazione metodologicamente ardita, ma affascinante), con l'obiettivo di costruire davvero un Memoriale della Resistenza italiana - come recita il sottotitolo. Sebbene vengano indicati con nome, cognome e nome di battaglia, quello che rimane è un affresco corale di quella guerra partecipata da una vasta minoranza armata che sognava di rifondare un paese da capo.

«Nessuno portava il proprio vero nome» nella lotta, ricorda uno degli intervistati, Sergio Dallatana:

Questa assenza di passato ci rendeva tutti uguali. In pianura ci aspettavano dimore diverse, eravamo figli di contadini e di notai, la madre di uno avrebbe potuto fare la cameriera a casa di un altro, ma lassù non importava, eravamo solo giovani dal cuore coraggioso, sognatori, che credevano davvero in un mondo migliore, alla costruzione del quale, di questo tutti eravamo convinti, avremmo contribuito anche con il nostro sangue.

Perché uno dei principali quotidiani italiani "dimentica" proprio questo voler costruire un mondo migliore, questo voler farla finita con il fascismo? Perché, per la seconda volta in pochi mesi, su quelle pagine ci si "dimentica" di contestualizzare vicende complesse, omettendo il quadro d'insieme, prendendo e distorcendo volumi di indubbio valore - storico e memoriale - come quelli di Flores e Franzinelli e di Lerner e Gnocchi? È un'operazione vergognosa, inqualificabile; una voluta e reiterata distorsione della storia della lotta partigiana che non può passare inosservata.  

La violenza difensiva

Non è superfluo ricordarlo: come il coro di quelle donne e quegli uomini ancora combattivi ci ricorda, con buona pace di Mieli e Pansa, quei venti mesi attivarono una radicalità fino a quel momento impensabile in una porzione niente affatto irrilevante della società italiana, frantumando barriere di nazionalità, di genere e di ceto, coinvolgendo ogni strato sociale, dagli operai ai nobili, dai borghesi ai contadini e a non pochi esponenti del basso clero, nella guerra senza quartiere al nazifascismo. Lo illustra molto efficacemente una frase tagliente del liberale torinese Gastone Cottino, che comunista non è mai stato eppure di quella radicalità si è nutrito per tutta la sua vita, il quale al termine della sua intervista si lascia scappare una confessione:

Ma il partigiano che fui mi resta nel sangue. Non dovrei raccontarlo, ma ora che sono vecchio, certe volte, quando vedo scorrazzare di nuovo quelli di CasaPound e di Forza Nuova, mi viene la tentazione... Be', meglio che non lo dica.

Gastone Cottino, classe 1925 (Fonte: “La Repubblica – Torino”)
Gastone Cottino, classe 1925 (Fonte: “La Repubblica – Torino”)

I vent'anni e i venti mesi che hanno preceduto il 25 aprile, lo sappiamo, erano stati una tragedia epocale alla quale un numero imprecisato di italiani oggi si ispira, ma questo Mieli non lo ricorda: quello che più gli preme è tornare spasmodicamente, e pansianamente, sul sangue dei "vinti" e sui regolamenti di conti - fa dell'eccezione la norma, dell'episodio la regola. E dimentica colpevolmente, per l'appunto, il contesto.

Non ricorda i 45.000 resistenti uccisi sul territorio italiano come non ricorda che i partigiani non deportavano, non facevano sistematicamente strage di civili e non avevano campi di concentramento o carceri - fatte salve le temporanee esperienze delle «repubbliche partigiane» - dove internare traditori e nemici. Che, a costo di sbagliare, andavano fucilati: il partigiano ebreo Emanuele Artom, che in banda era arrivato a teorizzare di risparmiare i nemici nella possibilità che si ravvedessero («almeno davanti alla popolazione e alla storia si sarebbero rese note le differenze tra i due metodi») come in effetti spesso si fece, avrebbe conosciuto una fine terribile proprio a causa di un prigioniero che aveva voluto risparmiare.

Anche per queste ragioni, ed è lo storico Claudio Pavone che parla, «l'impegno in vista di fini positivi non cancellò mai completamente nella violenza resistenziale il carattere difensivo. La scelta di uccidere veniva dopo, era una conseguenza della scelta fondamentale di contrapporsi alla violenza dell'altro. La violenza resistenziale poteva dunque essere ricondotta, in senso ampio, sotto la categoria della legittima difesa, implicante la possibilità di essere a propria volta uccisi». Tutto questo Mieli lo dimentica sistematicamente, a proposito di rimozioni (quelle vere), con l'obiettivo di arrivare a una platea di lettori che ironizza, bofonchia, rimpiange. A ricordarci ancora una volta che - lo scrivono Lerner e Gnocchi - «la malapianta infestante del fascismo è ancora tra noi».