Dall’emozione all’azione. I “Mille” di Garibaldi tra storia e memoria

A centosessant'anni dall'impresa garibaldina partita da Quarto (Genova) il 5 maggio 1860, i cosiddetti "Mille di Marsala" sono soltanto delle vecchie foto sbiadite. Ma forse, a uno sguardo più attento, quell'evento e le tante persone che lo hanno vissuto hanno ancora qualcosa da dirci sui percorsi tortuosi di un immaginario che persiste ancora oggi: quello della nazione.

di Valentina Colombi - 5 maggio 2020

Foto di gruppo di alcuni ufficiali trentini all’indomani della battaglia del Volturno, 3 ottobre 1860.
Foto di gruppo di alcuni ufficiali trentini all’indomani della battaglia del Volturno, 3 ottobre 1860.

Risorgimento e calendario civile

«Il Risorgimento è un paese lontano: fanno le cose diversamente, laggiù». Basti questa lapidaria frase dello storico Alberto Mario Banti, coniata in reazione alle polemiche nate intorno al 150° anniversario dell'Unità di Italia nel 2011 - quando i nomi di Garibaldi, Mazzini e Cavour tornarono per una breve stagione a far capolino nel discorso pubblico -, per sgombrare il campo da ogni equivoco rispetto al senso di questo breve contributo. In pieno accordo con Banti, non pare infatti né utile né sensato ragionare, oggi, sulla Spedizione dei Mille partita da Quarto centosessant'anni fa - come su ogni altro aspetto del lungo processo che ha portato alla nascita dello Stato nazionale italiano - in termini di "memoria pubblica" e "calendario civile".

Chiedersi infatti cosa vada salvato e cosa invece rigettato di quel remoto avvenimento nello spazio dei valori e dell'immaginario collettivo del presente significa mettersi in una falsa posizione, che non tiene conto della netta discontinuità che si frappone tra noi e quel "paese lontano". Cosa diversa è invece domandarsi - in una coerente prospettiva di "storia pubblica" - quali aspetti di quella vicenda possano offrirci qualche elemento di consapevolezza critica, in particolare su quella che forse è l'unica linea di continuità che lega il passato risorgimentale alla stringente attualità, quella cioè del discorso nazionale.

Imbarco di Garibaldi a Quarto, dipinto di V. Azzola, anni ’60 del XIX secolo (Museo nazionale del Risorgimento di Torino)
Imbarco di Garibaldi a Quarto, dipinto di V. Azzola, anni ’60 del XIX secolo (Museo nazionale del Risorgimento di Torino)

Una storia diversa

A mo' di premessa, una precisazione è importante. L'"oggetto storico" della spedizione militare guidata da Garibaldi nel Regno delle Due Sicilie tra la primavera e l'autunno del 1860 è ovviamente arcinoto. Tuttavia, a livello di conoscenza "media" e diffusa predomina ancora l'ottica evenemenziale dell'epopea in quattro mosse (Quarto-Marsala, Calatafimi, Volturno, Teano), sulla quale si innesta il tradizionale uso pubblico che ne è stato fatto, e ancora se ne fa, tanto in positivo (la spedizione come espressione della natura profondamente "popolare" e spontanea dell'adesione al progetto nazionale, che fa contraltare alla "regia" istituzionale piemontese), quanto in negativo (la spedizione come conquista militare ordita dalla massoneria internazionale per favorire la "colonizzazione" sabauda del Sud). Restano invece confinati per lo più nell'ambito della ricerca e degli specialisti aspetti che derivano dal lavoro storiografico degli ultimi decenni e che hanno contribuito a costruire - come dichiarava ancora Banti insieme a Paul Ginsborg nell'aprire il volume della collana degli Annali della Storia d'Italia Einaudi da essi curato - una storia «diversa» del Risorgimento: una storia capace «di far[ne] rivivere la cultura profonda [...], di osservare la mentalità, i sentimenti, le emozioni, le traiettorie di vita, i progetti politici e personali degli uomini e delle donne che al Risorgimento hanno preso parte».

Il dato interessante da notare è che proprio questa "storia culturale" del Risorgimento ha lavorato su un elemento fondamentale per la piena comprensione di cosa abbia significato - e, almeno in parte, di cosa significhi ancora oggi - quella potente costruzione mentale, ideologica e narrativa chiamata nazione. Utilizziamo ancora le parole di Banti e Ginsborg per dirlo: «lo stile politico che si impone - [...] come cultura diffusa e incentivo all'azione - è quello dell'emozione, più che della razionalità, è quello della suggestione mitografica, più che della lucida e disincantata riflessione; è quello dei simboli, delle narrazioni, delle allegorie, in una parola il mondo di una nuova 'estetica della politica': una via obbligata, se oltre a evocare il popolo/nazione, lo si vuole anche veder agire in carne e ossa».

La chiave di lettura è, dunque, quella di una nuova estetica della politica, che ruota intorno alla costruzione del popolo/nazione e che si avvale di gesti - e gesta -, miti, riti collettivi, racconti e memorie capaci di far vibrare le corde delle emozioni; un'estetica che ha la forza di tradursi in etica, in norme e codici di comportamento. È questo un taglio particolarmente interessante per guardare alla Spedizione dei Mille. Da un lato, infatti, essa rappresenta un punto nodale di messa alla prova ed elaborazione dell'immaginario e del sentimento nazional-patriottico, nella specifica declinazione del volontarismo militare; dall'altro, diviene essa stessa materia mitica per la costruzione di nuove narrazioni "mobilitanti", propulsive di nuove azioni collettive o, come si suol dire, agenti di storia.

La generazione dei "Mille"

Mentre nello spazio pubblico e nella divulgazione mainstream si continua a parlare dei mille e poco più volontari partiti da Quarto il 5 maggio 1860 e dello sfondo politico-ideologico su cui si muovono i grandi protagonisti del tempo - Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II e Cavour - la storiografia si sofferma sulla dimensione corale e - con le dovute cautele e proporzioni - di "massa" che ha caratterizzato quell'evento. In primis perché è noto che le schiere dei volontari si ingrossarono strada facendo grazie all'adesione di molti giovani siciliani, animati se non ancora da afflati patriottici in senso nazionale, sicuramente da un forte sentimento antiborbonico. E poi perché alla spedizione guidata dallo stesso Garibaldi se ne aggiunsero altre nei mesi successivi, sotto la guida di alcuni tra i suoi più importanti generali (Giacomo Medici, Enrico Cosenz, Francesco Nullo, per fare alcuni nomi), portando gli uomini coinvolti nell'impresa a diverse decine di migliaia.

Grafico indicativo dell’età anagrafica di 10.896 garibaldini dell’Esercito meridionale, elaborazione dell’Archivio di Stato di Torino.
Grafico indicativo dell’età anagrafica di 10.896 garibaldini dell’Esercito meridionale, elaborazione dell’Archivio di Stato di Torino.

Il fondo archivistico dedicato a quello che viene chiamato "Esercito Meridionale", conservato presso l'Archivio di Stato di Torino, raccoglie circa 35.000 nomi. 35.000 giovani uomini (la maggioranza di loro, secondo le stime disponibili, doveva avere tra i 18 e i 26 anni) che vivono un'esperienza nella quale l'eredità del cittadino-soldato della Francia rivoluzionaria si salda con l'immaginario dell'eroe romantico in chiave nazional-patriottica. Da un lato, la scelta dell'arruolamento volontario nell'impresa ha una dimensione generazionale in senso anagrafico: si parte per il desiderio di avventura, di mettersi alla prova, di sperimentare riti di passaggio restando nel gruppo dei pari. Ma ci sono poi due elementi che sono invece generazionali in senso storico - relativi cioè non tanto al fatto di avere vent'anni, ma di averli proprio in quel momento e in quel contesto, nell'esposizione alle medesime esperienze storiche - e che vale la pena di sottolineare. Il primo: il volontarismo garibaldino è in tutto e per tutto un gesto politico, perché testimonia della volontà di accedere a una partecipazione politica, a una dimensione pubblica e collettiva, che nei regimi assolutistici prevalenti nella penisola è del tutto preclusa. Il secondo: la forza dell'immaginario condiviso da questi giovani sta nel suo essere già "mediatico" - si conceda l'anacronismo lessicale -, nel senso che si diffonde e si "canonizza" tramite i linguaggi dell'epoca - la letteratura, la pittura, i giornali, le scritture d'occasione - capaci di formare, soprattutto tra i ceti borghesi urbani del Nord, un'intera generazione di "aspiranti italiani".

Gerolamo Induno, La partenza del garibaldino, 1860 (Biella, Collezione Ingeborg Ferro Fila)
Gerolamo Induno, La partenza del garibaldino, 1860 (Biella, Collezione Ingeborg Ferro Fila)

Per quanto tutto ciò sia lontano dalla nostra sensibilità contemporanea, possiamo facilmente comprendere che in questo quadro, è soprattutto una la forza capace di saldare l'immaginario con la realtà: quella delle emozioni. Tra le fila di questa generazione di giovani combattenti, l'idea nazionale si fa strada accompagnandosi ad altre idee che, al di là di ogni precisa architettura filosofica e istituzionale, sono anche - e non a caso - sentimenti: libertà, eguaglianza, fratellanza, per stare sui tre cardini della Rivoluzione francese; e lo fa grazie all'immediatezza del racconto più che alla raffinatezza del ragionamento. E forse da ciò possiamo anche trarre spunto per riflettere su quanto il discorso nazionale sia stato in grado - e può esserlo ancora - di viaggiare su quest'onda per agganciare altri sentimenti, e anche le paure.

Una memoria operante: da fine Ottocento alla Grande guerra

Tornando allo specifico della militanza garibaldina, che nella spedizione in Sicilia conosce forse il suo apogeo, su di essa si innesta una narrazione talmente iconica da generare desiderio di emulazione e nuove spinte all'azione in altre giovani generazioni. In prima battuta, questo spirito rimane confinato agli ambienti della democrazia radicale e repubblicana, che si considerano i veri eredi di Garibaldi, il quale resta invece inchiodato dalla memoria ufficiale a interpretare il ruolo di umile servitore della causa nazionale agli ordini della monarchia sabauda. Da fine Ottocento, come racconta con appassionata intelligenza Eva Cecchinato nel suo libro Camicie rosse, sono questi gli ambienti in cui maturano esperienze garibaldine di natura libertaria e democratica - circoscritte finché si vuole, ma pur sempre significative - fuori tempo massimo, quando ormai si è aperta l'era della Realpolitik e delle politiche di potenza.

Ma poi arriva il 1915. La Grande guerra è scoppiata in Europa e l'Italia è lacerata tra chi plaude allo stato di neutralità e chi caldeggia l'intervento. In un perfetto gioco di specchi, l'inaugurazione del monumento ai Mille a Quarto, il 5 maggio di quell'anno, diventa il palcoscenico ideale perché la propaganda interventista faccia suo il mito della Spedizione dei Mille e lo rilanci nell'immaginario nazionale, questa volta davvero "di massa", come stella polare per le scelte delle giovani generazioni chiamate alle armi nel nome della nazione. Il monumento di Quarto è ispirato ai primi versi dell'Inno di Garibaldi, il celebre canto patriottico composto nel 1858 da Luigi Mercantini: «Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti». Officiante del rito è Gabriele D'Annunzio. Immaginando una grandiosa messinscena per l'evento, scrive nei suoi taccuini:

«Quale più grande occasione? [...] Giungere a Quarto non come un comodo oratore ma come un conduttore di giovinezza, come un mediatore di due generazioni! Traversare il Tirreno in una nave carica di sangue impaziente di versarsi!». E dal palco proclama: «Il fuoco cresce, e non basta. Chiede d'esser nutrito, tutto chiede, tutto vuole. [...] E lo spirito di sacrificio [...] domani griderà sul tumulto del sacro incendio: "Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, voi datelo alla fiammeggiante Italia!" Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa. [...] Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati».

A inizio Novecento, la distanza dal 1860 e dall'estetica della politica risorgimentale è già siderale. Eppure, quella che oggi ci appare come vuota, roboante retorica, sull'onda di un nucleo narrativo - quello della nazione - ancora capace di smuovere sentimenti ed emozioni, diventa il bagaglio di senso e di valore che molti giovani combattenti "consapevoli" - quelli che hanno bisogno di dare all'esperienza bellica un significato più alto di quello contenuto nella mera coscrizione obbligatoria - si caricano in spalla partendo per il fronte con spirito garibaldino.

Le ragioni della tenuta simbolica ed emotiva - pur con tutte le differenze di linguaggio e di contesto - della retorica del sangue versato per la patria sono molte e complesse, e non è il caso di provare a tracciarne un profilo qui. Ma è importante ricordare che il Risorgimento e in generale il patriottismo Ottocentesco ci hanno lasciato in eredità una passione politica che può trovare molte forme per esprimersi. E che nelle condizioni giuste, soprattutto attorno al nodo cruciale della nazione, così efficace nel sollecitare sentimenti unificanti e sensi di appartenenza ma anche nel costruire barriere e strumenti di esclusione, quella passione può prendere la strada della violenza.

Manifesto del Comitato di preparazione civile di Catania, 1915. I fanti in partenza per il fronte sono idealmente guidati dalle camicie rosse garibaldine.
Manifesto del Comitato di preparazione civile di Catania, 1915. I fanti in partenza per il fronte sono idealmente guidati dalle camicie rosse garibaldine.