Dal fascismo alle foibe. Le colpe degli stati e le responsabilità dei presidenti

Il 13 luglio 2020 l'incontro fra il presidente italiano e quello sloveno è servito a ribadire miti nazionali consolidati. È mancata ancora una volta una sincera assunzione di responsabilità rispetto ai crimini commessi in nome dell'Italia dall'esercito fascista.

di Eric Gobetti - 8 settembre 2020

Lo scorso 13 luglio 2020 si è tenuto a Trieste e nelle vicinanze della città uno storico incontro tra il presidente sloveno Borut Pahor e quello italiano Sergio Mattarella. Lo scopo dichiarato della visita era quello di superare i vecchi rancori e costruire fra i due paesi un rapporto di fiducia scevro delle eredità di un passato violento, nell'ottica di una convivenza pacifica nell'ambito dell'Unione Europea. Il programma della giornata prevedeva una serie di commemorazioni di eventi traumatici per la memoria storica dei due paesi nella prima metà del Novecento. In particolare si celebrava la restituzione da parte dell'Italia del Narodni dom, sede delle attività economiche e culturali slovene, dato alle fiamme dagli squadristi triestini proprio il 13 luglio di cento anni prima. In due occasioni, entrambe a Basovizza, sul Carso triestino, i due presidenti si sono anche tenuti per mano durante il minuto di silenzio (al memoriale per le vittime delle foibe e al monumento ai quattro martiri antifascisti jugoslavi del 1930): un gesto simbolico sottolineato da tutti i mass media. 

I presidenti Pahor e Mattarella, mano nella mano, a Basovizza, 13 luglio 2020
I presidenti Pahor e Mattarella, mano nella mano, a Basovizza, 13 luglio 2020

Il riconoscimento reciproco di alcuni episodi traumatici della storia recente è stato certamente significativo ma, come ho già argomentato, è sembrato orientato a soddisfare il vittimismo nazionale dei rispettivi paesi (dove questi fatti rappresentano importanti questioni identitarie), più che a sanare vecchi rancori in una prospettiva europea. L'incendio del Narodni dom e la fucilazione a Basovizza di quattro attivisti jugoslavi condannati dal Tribunale speciale fascista nel 1930 sono episodi minori, sconosciuti in Italia, se non a livello locale o agli addetti ai lavori, ma importanti per la memoria storica slovena. Molto più significativa, e ampiamente sottolineata dai mass media italiani, è stata la cerimonia alla Foiba di Basovizza. La questione delle foibe è diventata infatti centrale nella costruzione identitaria neo-nazionalista italiana, e la visita del presidente Pahor è stata presentata come la prova del riconoscimento delle nostre vittime, e quindi anche, implicitamente, dell'accettazione da parte slovena della narrazione in gran parte distorta che si fa da anni di quegli eventi.

L'incendio del Narodni dom ,Trieste, 13 luglio 1920
L'incendio del Narodni dom ,Trieste, 13 luglio 1920

Per una serie di ragioni politiche si è scelto dunque di ricordare episodi storici significativi per un paese ma non problematici per l'altro, evitando di affrontare le tematiche più spinose. Ad esempio la commemorazione delle vittime delle foibe si è tenuta a Basovizza, un "luogo della memoria" molto discutibile, dato che non c'è alcuna certezza sulle uccisioni avvenute a fine guerra in quella località. Sarebbe stato molto più logico che la cerimonia si tenesse a Borovnica, in Slovenia, dove aveva sede il campo d'internamento per prigionieri di guerra, e dove perse la vita la maggior parte delle vittime italiane delle epurazioni. Questo avrebbe però creato imbarazzo al governo sloveno, costretto ad ammettere la sua parte di responsabilità in una scelta repressiva che comunque venne fatta da uno stato diverso, cioè quello jugoslavo. Ma avrebbe anche messo in discussione l'immagine stereotipata dominante in Italia che descrive il fenomeno non come un'epurazione, simile ad altre avvenute in tutta Europa alla fine della seconda guerra mondiale, ma come una strage condotta con metodi brutali, "barbari", appunto mediante uccisione nelle foibe. D'altra parte è stupefacente come si sia potuto ancora una volta affrontare il tema delle violenze sul confine orientale in quel trentennio senza nominare l'invasione italiana della Jugoslavia e i crimini commessi dall' esercito fascista, anche sul territorio sloveno, fra il 1941 e il 1943. Questo rimane, in tutta evidenza, un tema tabù per l'opinione pubblica italiana: è possibile che ancora oggi il nostro presidente non senta l'esigenza di parlarne pubblicamente, né di compiere una visita nei luoghi più simbolici, come il campo di concentramento di Arbe, sorto sull'isola di Rab per internare i civili jugoslavi durante l'occupazione, oppure la stessa Lubiana, la capitale slovena, ridotta a un grande lager urbano quando fu circondata interamente dal filo spinato nel febbraio del 1942?

Il campo di Arbe-Rab, Croazia
Il campo di Arbe-Rab, Croazia

L'incontro del 13 luglio è sembrato dunque a molti osservatori uno scambio di favori tra i due stati, volto a soddisfare le rispettive opinioni pubbliche interne: un riconoscimento delle vittime dell'altro, senza entrare nel merito delle responsabilità e delle cause degli eventi. In questo modo però la drammatica e complessa storia del confine orientale nella prima metà del Novecento finisce per sembrare una sorta di "mercato degli episodi", in cui "pesare" i morti da una parte e dall'altra. Il tutto in una logica in cui si equiparano fenomeni che non sono paragonabili, tutte le vittime vengono messe sullo stesso piano e si perdono di vista contesti, meccanismi e responsabilità. Allo stesso modo si è agito in Italia cercando di riabilitare la memoria dei "ragazzi di Salò" o nel Parlamento europeo con la recente risoluzione che si spinge, di fatto, a suggerire un'equiparazione tra i totalitarismi del Novecento - fascismo, nazismo e comunismo/stalinismo - in nome di una presunta riconciliazione.

Questa modalità contribuisce a ribadire vecchi stereotipi e dà un'immagine errata della storia. Perché è evidente che la storia non può essere assoggettata alla logica della par condicio: non la possono raccontare vittime e carnefici, fascisti e antifascisti, nazisti ed ebrei, seduti attorno ad un tavolo con uguale diritto di parola. La storia dovrebbe essere raccontata dagli studiosi, con rigore e giudizio, all'interno di un paradigma morale di cui tutti, oggi, dovremmo condividere gli assunti: l'ideologia fascista e nazista non devono avere diritto di cittadinanza, sono aberranti e hanno procurato innumerevoli sofferenze a milioni di persone. E questo, è bene sottolinearlo, non è un'opinione politica, ma un dato storico. Dunque va sempre tenuto in mente che la maggiore responsabilità delle tragedie che hanno devastato l'area del nostro confine orientale tra la fine della prima guerra mondiale e la fine della seconda è del nazionalismo italiano e poi del fascismo in tutte le sue forme. È l'Italia nazionalista che, inglobando gran parte dei territori di confine, ha negato l'"identità" slava, cercando di estirparla. È l'Italia fascista che, invadendo senza dichiarazione di guerra e senza motivazioni concrete la Jugoslavia nel 1941 ha trascinato quella parte d'Europa in un conflitto totale che ha comportato, in definitiva, circa un milione di morti. È l'esercito del Re che, commettendo innumerevoli crimini di guerra, tra cui la deportazione di 100.000 civili jugoslavi, ha lasciato un marchio d'infamia sulla storia nazionale. È l'Italia di Mussolini e di Vittorio Emanuele III che, perdendo la guerra, ha abbandonato buona parte del paese e del popolo italiano alla vendetta tedesca e alla guerra civile, in un processo che ha portato in definitiva anche ai fenomeni noti come "foibe" e "esodo".

Se partiamo da questo ovvio ragionamento, è evidente come non si possano forzatamente equiparare fenomeni diversi, mettere sullo stesso piano i caduti da una parte e dall'altra. Possono esserci somiglianze, ma non esiste specularità negli eventi più traumatici accaduti su quel confine prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Le foibe non sono la stessa cosa dei crimini di guerra commessi dall'esercito fascista; non ne sono nemmeno (se non in parte) la risposta, la vendetta, come spesso si vuole far credere. Il campo di concentramento fascista di Arbe, dove morirono, tra il 1942 e il 1943, mille e cinquecento civili jugoslavi, non è uguale a Borovnica, campo di raccolta dei prigionieri di guerra nel 1945. L'esodo non è una pulizia etnica e non ha senso paragonarlo al processo capillare di italianizzazione forzata condotta negli anni Venti e Trenta dal regime fascista negli stessi territori. Semplicemente sono fatti diversi, ognuno con le sue cause, la sua evoluzione, la sua conclusione. Possono essere ritenuti più o meno gravi a seconda dei punti di vista da cui si sceglie di osservare il fenomeno e se si condivide lo sguardo della vittima di quello specifico evento. Perché è ovvio che ogni perdita umana è dolorosa in sé ed è altrettanto ovvio che la memoria delle vittime sarà sempre "di parte", ma è necessario guardare alla storia con sguardo neutrale e giudicare di conseguenza. E dunque non è accettabile mettere sullo stesso piano etico-morale, in nome del principio "le vittime sono tutte uguali", la fucilazione di un criminale di guerra a Borovnica e la morte per sfinimento di un bambino nel campo di concentramento di Arbe. Ci sono certamente delle eccezioni (non tutti i caduti di Borovnica erano criminali e non tutti i morti di Arbe erano bambini innocenti) e alcune similitudini fra i due fenomeni (si tratta di luoghi d'internamento con percentuali di morti simili e dovute alle stesse ragioni: fame, stenti, epidemie). Ma anche volendo forzatamente assimilare i due eventi, non va mai dimenticato che da una parte c'era chi aveva subito un'invasione ingiusta e immotivata e lottava per la propria libertà, dall'altra chi difendeva fino all'ultimo un sistema di valori - quello fascista e nazista - alimentato da odio, violenza e razzismo, responsabile dell'uccisione a sangue freddo di milioni di persone.  

Nelle cerimonie del 13 luglio sono mancate le commemorazioni delle tragedie più gravi. Ma soprattutto è mancato il riconoscimento delle rispettive responsabilità. Prima di chiederci come e perché siamo stati storicamente vittime (delle foibe ad esempio), sarebbe necessario domandarci quando e come siamo stati carnefici, perché abbiamo cominciato una guerra di aggressione, come abbiamo distrutto e ucciso, dove lo abbiamo fatto e in nome di quali scopi. La Slovenia di oggi, che si è resa indipendente mediante una guerra contro la Jugoslavia socialista, può ritenersi solo parzialmente responsabile per le epurazioni del 1945 e l'atteggiamento oltranzista delle autorità locali verso la popolazione italiana dell'Istria, che contribuì in parte all'esodo. Lo stesso potrebbe dirsi dell'Italia repubblicana, democratica e antifascista: non è lo stesso paese che ha commesso crimini di guerra ormai molti decenni fa. E tuttavia, proprio perché democratico e antifascista, lo stato italiano deve, come ha fatto correttamente la Germania federale, assumersi la responsabilità storica per i crimini commessi dal proprio esercito in nome del popolo italiano. Assunzione delle proprie responsabilità storiche non significa "condividere" le colpe del fascismo, ma riconoscere le sofferenze causate in nome dell'Italia dall'esercito fascista. Dunque è legittimo, anzi doveroso, domandare ai nostri governanti, finalmente, una cerimonia di scuse ufficiali verso tutti i paesi che hanno subito la nostra aggressione: l'Eritrea, la Somalia, la Libia, l'Etiopia, la Spagna, l'Albania, la Francia, la Grecia, la Russia, l'Ucraina, la Croazia, la Bosnia, il Montenegro e naturalmente anche la Slovenia. Si potrebbe cominciare, lo ripeto per l'ennesima volta, da una visita ufficiale ad Arbe, luogo di sofferenza e di morte per migliaia di persone innocenti, campo di concentramento voluto, creato e amministrato dall'esercito dello stato italiano, sotto il diretto controllo dei generali, non del partito fascista o di Mussolini.  

Nel 2017 fu promosso un appello per mutare il nome di "via Arbe" - a Torino - in "via vittime del campo di Arbe". La proposta è ancora in attesa di essere accolta.
Nel 2017 fu promosso un appello per mutare il nome di "via Arbe" - a Torino - in "via vittime del campo di Arbe". La proposta è ancora in attesa di essere accolta.

In questa prospettiva pare tutto più logico, non facile, ma dovuto e chiaro. La strada è quella del riconoscimento e della responsabilità. Anche in psicologia (e la storia dei popoli e dei paesi può essere intesa anche come psicologia di massa) è questa l'unica via per superare i traumi, assimilarli, farne esperienza di vita, non strumento di vendetta e di morte.