Cuba e il sistema sanitario nazionale figlio della Revolución

Nonostante l'isolamento imposto dagli anni Sessanta, Cuba ha costruito un sistema sanitario nazionale gratuito e universale a livello dei paesi più industrializzati seguendo i suoi principi rivoluzionari.

di Andrea Mulas - 4 aprile 2020

Medici cubani all'arrivo in Italia (fonte: www.rfi.fr)
Medici cubani all'arrivo in Italia (fonte: www.rfi.fr)

La sanità e il processo rivoluzionario

Il servizio sanitario cubano è da sempre il vanto e il fiore all'occhiello della politica assistenziale statale. Si può dire che anche nella percezione dell'opinione pubblica italiana vi sia questa convinzione, supportata in tanti casi solo dalla vicinanza politica a quell'esperienza e in altri dal diffondersi nel corso degli anni di un racconto fondato sul "sentito dire". Entrambi i casi però non chiariscono le ragioni del primato cubano nel campo della salute pubblica che rappresenta, a maggior ragione oggi, viste le difficoltà del Sistema Sanitario Nazionale nell'epidemia che attanaglia l'Italia, un percorso da cui prendere spunto per le future politiche nazionali in questo settore.

L'efficienza dell'attuale sistema sanitario cubano, paragonabile a quelli dei paesi industrializzati, è il risultato di sessant'anni di costanti investimenti statali nel campo della medicina, delle infrastrutture ospedaliere e della genetica le cui origini risalgono ai primi passi della Rivoluzione cubana.

Il Comandante Ernesto Che Guevara, anche per i suoi studi in medicina, delineando l'organizzazione del fronte guerrigliero nel saggio La guerra di guerriglia (1960) si era soffermato sull'importanza del ruolo della sanità, in particolare del medico che «esercita la massima influenza sulla truppa e ne sostiene il morale» e della struttura ospedaliera con la costruzione di «ospedali dotati delle migliori attrezzature possibili, per indagare direttamente nelle zone colpite sulle cause e sugli effetti delle malattie che si manifestano tra gli abitanti della zona».

La "salud en la revolución" viene rilanciata da Fidel Castro nel suo discorso tenuto all'Università dell'Avana (2 marzo 1960), secondo il quale i medici dovevano compiere la grande funzione sociale della medicina.

Le linee guida del futuro sistema di salute cubano erano già state tracciate.

Più in generale, con la vittoria della Rivoluzione cubana il governo incentrò la sua azione su alcuni settori strategici ampliando l'influenza statale, quali la nazionalizzazione delle banche straniere e delle imprese internazionali, la riforma agraria, l'alfabetizzazione di massa e la riorganizzazione del sistema sanitario. Quest'ultimo venne progettato su tre aree: l'estensione delle istituzioni statali incaricate della cura della salute pubblica, la creazione di un sistema di salute rurale e un nuovo orientamento della formazione medica e della ricerca.

L'obiettivo primario della garanzia di cure mediche gratuite a tutta la popolazione fu uno dei paradigmi sociali fondamentali del processo rivoluzionario che venne raggiunto in poco tempo con la costituzione del Ministerio de la Salud Pública (gennaio 1960) e del Servicio Médico Social Rural che permise l'assistenza anche nelle zone più arretrate dell'isola (fino ad allora escluse), come conseguenza dell'introduzione nel 1964 dell'obbligo per i neolaureati di esercitare per due anni nelle zone rurali.  

Il diritto alla salute gratuito e universale

Nonostante il cosiddetto bloqueo (l'embargo economico, commerciale e finanziario che ancora oggi è in vigore) decretato dal Presidente Kennedy nel 1962 e la rottura delle relazioni diplomatiche con tutti i paesi sudamericani (ad eccezione del Messico), l'investimento in salute pubblica dello Stato passò da 3,26 pesos pro-capite del 1958 a 17,84 pesos nel 1965, soprattutto grazie all'intervento dell'Unione Sovietica.

Lo storico Hugh Thomas nella sua Storia di Cuba (Einaudi 1973) ha calcolato che l'aiuto economico del Cremlino e di altri paesi socialisti ammontò nel 1961-1962 a 570 milioni di dollari, cioè a 40 dollari pro-capite (in confronto l'aiuto americano al resto dell'America latina raggiungeva solo i 2 dollari pro-capite circa).

Con il governo castrista ripiegato nella costruzione del "socialismo in un solo paese" il Sistema Nacional de Salud Único entrò in vigore nel 1970 e venne implementato nel decennio successivo dal Piano de Salud, durante il quale furono debellate secolari malattie come la malaria, la poliomelite e la difterite grazie al miglioramento dell'igiene sanitaria e alle campagne di vaccinazioni, e importanti risvolti positivi si registrarono anche sul tasso di mortalità infantile, sceso dal 60 per mille del 1958 al 35 per mille del 1970. La Repubblica socialista cubana era il primo e unico paese del continente sudamericano ad avere un sistema sanitario nazionale gratuito e universale (in Italia la riforma del Servizio Sanitario Nazionale venne approvata nel 1978, mentre Argentina e Cile ancora non garantiscono questo diritto ai loro cittadini).

In questo modo il governo rivoluzionario stava dando piena attuazione all'art. 49 della Costituzione, che era stata approvata con referendum nel 1976 e che stabiliva il «diritto di cui godono tutti i cittadini del paese alla protezione della salute e all'obbligo che ha lo Stato di garantire questo diritto con l'assistenza medica gratuita attraverso la rete di strutture di servizi medici».

Negli anni Ottanta venne quindi avviato il processo di modernizzazione della rete delle strutture ospedaliere al fine di migliorare la copertura nazionale e l'accessibilità dei cittadini, raggiungendo la quota di 270 ospedali (nel 1958 erano 94), oltre a potenziare gli istituti di ricerca a sostegno per la prevenzione di determinate patologie quali il cancro, l'insufficienza renale, le malattie congenite prenatali e altre.

Lo sgretolamento dell'Unione Sovietica e della rete delle Repubbliche socialiste in Europa incise sull'economia cubana a causa del venir meno dei tradizionali mercati di esportazione con inevitabili conseguenze sugli indici di incremento dei servizi sanitari.

Il primato cubano

Nonostante la profonda crisi economica l'isola cominciò a raccogliere i frutti della sua programmazione con l'assistenza primaria tramite l'estensione del modello del medico di famiglia in tutta l'isola e nel 1993 fu creato il Centro Iberolatinoamericano para la Tercera Edad (Cited) e vennero inaugurate le nuove strutture dell'Istituto di Medicina Tropicale "Pedro Kourí" con moderne tecnologie, uno dei più importanti dell'America latina, posto al servizio «dell'umanità», come sottolineò Fidel Castro nel corso dell'inaugurazione.

Negli ultimi sessant'anni, nonostante le forti limitazioni, il Sistema Nacional de Salud cubano si è costantemente perfezionato migliorando i principali indicatori sanitari, come dimostra il dato dell'aspettativa di vita salito a 79 anni, della mortalità infantile per malformazioni congenite pari a 0,8 per ogni mille neonati e della mortalità infantile che si è confermato lo scorso anno al 5,0 per ogni mille neonati (ricordiamo che nel 1970 il tasso era del 35 per mille). Con questo indice il paese caraibico non solo conquista il primato della regione, ma si attesta allo stesso livello di Svizzera, Germania, Paesi Bassi o Norvegia. Un altro merito della politica di prevenzione è stata la ratificazione dell'Organizzazione Mondiale della Salute (Oms), nel settembre scorso, della condizione di paese libero dalla trasmissione materno infantile del HIV e della sifilide congenita assegnata all'isola nel 2015 come primo paese del mondo, e al contempo è stata garantita una copertura di vaccinazioni al di sopra del 98% proteggendo così la popolazione infantile da 13 malattie.

Fiera internazionale de La Habana, 2018
Fiera internazionale de La Habana, 2018

La solidarietà cubana nel mondo

C'è da domandarsi come sia possibile che l'isola caraibica, posta ai margini dalle maggiori istituzioni economico-finanziarie mondiali da sessant'anni, sia sempre in prima linea con il proprio personale medico per aiutare popolazioni in situazioni di crisi.

L'impegno dei medici cubani in campo internazionale (si contano 66 paesi del mondo) risale al 1960 in occasione del terremoto di Valdivia in Cile, che causò più di 3 mila morti, ed è proseguito costantemente anche in tempi recenti come nel caso del terremoto ad Haiti (2010), del contrasto a Ebola, del sostegno alle riforme brasiliane o della crisi venezuelana. Certo, in quest'ultimo caso l'esportazione di competenze mediche ha permesso a Cuba di ripagare i barili di grezzo che all'isola servivano per far fronte all'embargo che è anche stato irrigidito dall'amministrazione Trump causando un duro contraccolpo al turismo, uno dei principali volani economici. Nel 2014, invece, oltre 450 tra medici, infermieri e ricercatori cubani erano presenti in Africa occidentale per offrire un contributo alla lotta contro l'epidemia Ebola: un aiuto che fece di Cuba il paese con più personale sanitario in Sierra Leone, Liberia e Guinea. E ancora, da pochi giorni una brigata di 53, tra medici e infermieri cubani, specializzati nel trattamento di pazienti colpiti da virus, quindi virologi e immunologi soprattutto, è atterrata a Milano per aiutare i colleghi italiani nella lotta al coronavirus. Diverso è il caso brasiliano, dove nel 2013 era stato avviato il programma di cooperazione sanitaria con "Mais Médicos" che è arrivato a contare 11 mila medici e che è stato annullato dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro lo scorso agosto.

È notizia di questi giorni che si è ravveduto, chiedendone la riattivazione per fronteggiare l'emergenza coronavirus, anche se in perfetto stile populista Bolsonaro ha postato due video su Twitter (poi eliminati dalla piattaforma) mentre camminava e si fermava a parlare con i passanti per le strade di Brasilia criticando le misure di isolamento sociale.

Tornando al punto. Al di là della retorica e dei continui richiami da parte dei dirigenti cubani ai meriti della Revolución, avendo chiari i limiti politici ed economico-sociali di quella esperienza, non c'è dubbio che il Sistema Nacional de Salud sia il risultato di un'impostazione (in parte certamente ideologica) di stampo rivoluzionario (nel senso di riappropriazione delle proprie risorse dall'ingerenza straniera), ma al contempo nel corso degli anni quel "modello" ha sempre perseguito lo stesso obiettivo, ossia la giustizia sociale, mantenendo statali alcuni settori strategici per la collettività. Anche quando, aprendosi al mercato, Cuba nel 1995 varava la legge sugli investimenti stranieri, consentendo la creazione di imprese a capitale totalmente estero, restavano saldamente pubblici i comparti della difesa, dell'istruzione e della sanità.

In un articolo pubblicato nel 2006 sulla rivista "International Journal of Epidemiology", Richard Cooper segnalava che Cuba «è un esempio di come un modesto investimento in infrastrutture combinato con una ben definita strategia di salute pubblica può dar vita a livelli di salute comparabili a quelli dei paesi industrializzati [...]. Se l'esperienza cubana venisse seguita da altri paesi con basso e medio reddito, si trasformerebbe la salute nel mondo».

La riforma del Sistema Nacional de Salud è infatti il frutto dell'intervento decisivo, costante e vigile dello Stato che ha realizzato il potenziamento del sistema universitario e degli istituti di ricerca collegato agli investimenti in infrastrutture sanitarie d'eccellenza. Un'esperienza da tenere a mente.  

Campagna di comunicazione cubana ["Salute per tutti"]
Campagna di comunicazione cubana ["Salute per tutti"]