Confini immaginati. Il Reno, Lucien Febvre e una lezione da non dimenticare

19.10.2020

Siamo talmente abituati a vedere le carte geografiche solcate da frontiere e confini da non chiederci più perché essi esistano. Negli ultimi duecento anni almeno storia dei confini è quella delle nazioni, delle loro aspirazioni di potenza, delle loro guerre, delle loro vittorie e delle loro sconfitte. L'esempio del fiume Reno e le considerazioni del grande storico Lucien Febvre sul grande fiume europeo possono guidarci in una breve riflessione sul senso dei confini e il loro ruolo storico nell'età contemporanea.

di Valentina Colombi - 19 ottobre 2020

Veduta prospettica del terreno di guerra e d’assedio attorno alla città di Strasburgo, tra i fiumi Mosa e Reno, 1870
Veduta prospettica del terreno di guerra e d’assedio attorno alla città di Strasburgo, tra i fiumi Mosa e Reno, 1870

Un confine naturale

Nell'ottobre del 1870, uno storico tedesco di chiara fama, noto soprattutto per i suoi studi sulla Roma medievale, si trova a Strasburgo. Siamo all'indomani della battaglia di Sedan, nel corso della guerra franco-prussiana, e la capitale dell'Alsazia è appena caduta in mano tedesca. Ferdinand Gregorovius, questo il suo nome, sale sul campanile della cattedrale. Invece di soffermarsi sul triste spettacolo della città semidistrutta dall'artiglieria prussiana, il professore scruta il paesaggio circostante e osserva: «Dalla piattaforma, veduta splendida sul vasto paese. Da lì si vede come questa Alsazia, per sua natura, appartenga alla Germania, come il Reno quasi scompaia senza creare un confine naturale. Le sue sponde sono i Vosgi e la Foresta Nera».

Gregorovius è un uomo del suo tempo, pienamente immerso nel nazionalismo di stampo romantico che permea tanti intellettuali coevi. È affascinato dal Medioevo come età delle "radici", l'epoca durante la quale hanno cominciato a differenziarsi i tratti culturali dei popoli che egli, ai tempi suoi, vede diventare - e lottare per diventare - nazioni. È un fervente sostenitore dell'unificazione tedesca, che proprio con il trionfo sulla Francia vede il suo atto conclusivo, e del Risorgimento italiano, che egli ha seguito svolgersi da testimone diretto, avendo eletto Roma a sua residenza per più di vent'anni. Perciò, lo sguardo che getta sui dintorni di Strasburgo è quello di chi cerca nella natura la conferma di una necessità storica: l'esercito prussiano non è un oppressore che strappa con la forza un lembo di territorio al suo avversario, ma lo strumento con il quale il popolo tedesco può finalmente raggiungere i suoi confini "naturali". Strasburgo e i suoi dintorni sono per Gregorovius una terra tedesca "per natura", la cui fresca annessione alla Germania è dunque legittima e sacrosanta. Dall'altra parte del nuovo confine, intanto, pochi chilometri più a est, i francesi si disperano per aver perduto terre "naturalmente" francesi, perché incluse nel "confine naturale" del Reno.  

Lucien Febvre
Lucien Febvre

Il Reno di Lucien Febvre

Circa sessant'anni più tardi, uno sguardo ben diverso abbraccia il fiume Reno. Presso l'Università di Strasburgo due professori, Marc Bloch e Lucien Febvre, hanno appena fondato la rivista Annales d'histoire économique et sociale, un'esperienza che si rivelerà di portata epocale, aprendo la storia alla contaminazione con le altre scienze umane e al definitivo superamento dell'egemonia della storia politica e dinastica. Siamo nei primi anni Trenta, e Febvre in quegli anni è al lavoro su un progetto dedicato al fiume Reno, che vede la luce come monografia nel 1935 e che diventerà un classico della storiografia contemporanea. Lo sguardo è proprio quello delle Annales: aperto sul lungo periodo, interdisciplinare, attento al rapporto tra l'uomo e l'ambiente che lo ospita.

«Esiste, in Europa, nel mondo, un fiume capace come il Reno di porre a due scienze vicine come la storia e la geografia problemi così differenti; capace di immergere il geografo e lo storico, che li devono risolvere, entro atmosfere così dissimili? Il geografo osserva. E si dispiega in lui, viva e forte, la nozione di quanta solidarietà e unione tra paesi e tra uomini la grande via renana è in grado di creare, alternando valli, corridoi e solchi. [...] Ampiezza di relazioni che apre la valle attraverso il continente europeo; movimento di uomini e di merci; distesa trama di legami che si annodano sull'arteria fluviale: tutto lo porta a vedere nel Reno la più attiva delle strade naturali d'Europa [...]. E lo storico? Lo storico legge, ascolta le voci tonanti del presente che coprono o sostengono le voci discordi del passato. [...] Nel Reno [...] tutti [coloro che ne hanno scritto nelle ultime generazioni] si sono ostinati a non vedere altro che una frontiera da conquistare o da difendere [...]. Per un gioco naturale dello spirito, gli storici proiettano all'indietro nei secoli questo passato prossimo e questo presente in atto».

Il Reno è una strada o una frontiera? Questo si chiede Lucien Febvre, in un momento nel quale - siamo, ribadiamolo, nel 1935 - l'ascesa al potere di Hitler coincide con il rinfocolarsi della politica di potenza e di riarmo tedesca e il concetto di "confine naturale" si salda con le teorie dello "spazio vitale" tanto care al Führer. Il libro di Febvre è un bellissimo saggio storico e insieme un atto di denuncia. Spiega con chiarezza come per lunghe generazioni, il fiume sia stato una strada, una via di scambi, di contatti, di unione tra le tante comunità umane che abitavano lungo le sue sponde. Poi, a partire dal XVII-XVIII secolo, ma in modo sempre più chiaro e veemente dalla fine del Settecento e nel corso dell'Ottocento, grazie allo strutturarsi e al radicarsi dell'idea di nazione, il grande fiume che unisce il cuore dell'Europa diventa, per gran parte del suo corso, un confine conteso tra due Stati-nazione adiacenti: la Francia a ovest, la Germania a est. La Prima guerra mondiale, con la sua immane tragedia collettiva, fa di quella frontiera già carica di risentimenti un fronte mortifero e sanguinoso. E ovviamente non c'è nulla di naturale in tutto ciò. Sono le vicende umane a modellare immaginari che a volte hanno sulla storia successiva un'influenza maggiore che non il semplice dato di realtà, e di natura.

Carta satirica dell’Europa nel 1914
Carta satirica dell’Europa nel 1914

Comunità immaginate

Come è accaduto in passato e come avviene nel presente di Febvre che scrive, nessun presupposto "naturale" sta alla base degli avvenimenti della fine dell'estate del 1870. Essi sono l'esito di uno storico scontro al vertice tra due Stati-nazione in cerca di prestigio e supremazia - la Prussia che sta unificando la Germania sotto Guglielmo II, il Secondo impero francese di Napoleone III - i quali per certi versi si sono trovati condotti dai loro governanti verso scelte simili: una politica interna autoritaria, che contiene riottosità e malumori facendo leva su un forte sentimento nazionale; una politica estera coerente con l'enfasi che, nel promuovere quel sentimento, è posta sulle mire egemoniche della nazione.

I "confini naturali" esistono soltanto negli occhi di chi li vuole vedere, allo stesso modo in cui le nazioni cominciano a esistere soltanto quando qualcuno comincia a crederci. Quando, cioè, persone che vivono in località distanti anche diversi giorni di viaggio iniziano a pensare che ciò che li accomuna - in termini di lingua, cultura, religione o altro - sia più importante di ciò che li differenzia; e a partire da questo senso di comunità traggono la convinzione che esso debba legittimamente dare luogo a un'entità politica autonoma dove questa non c'è già.

Esattamente come i confini, le nazioni non hanno nulla di naturale e sono invece una precisa costruzione culturale, che nasce e mette radici dapprima in Europa e poi nel resto del mondo, proprio a partire dal XIX secolo. E tuttavia, queste "comunità immaginate" - secondo la nota definizione del sociologo Benedict Anderson - che condizionano ancora in modo profondo il nostro presente, hanno potuto mettere radici proprio perché hanno avuto buon gioco a insistere sulla presunta "naturalità" della loro esistenza. La nazione si presenta come un fenomeno naturale, derivato dalla relazione biologica tra l'uomo e il territorio in cui vive. Un territorio che si presuppone contenuto entro limiti che assumono una forza astorica, assoluta: i confini naturali, appunto.

Il Reno nei pressi di Bonn
Il Reno nei pressi di Bonn

La forza dei confini

La frontiera, il confine, è una costruzione tutta umana, che con lo Stato-nazione assume, rispetto al passato, una forza politica, culturale, simbolica nuova e sconosciuta. Non si limita più a separare due sfere di influenza, due aree di potere, due universi amministrativi; divide due popoli e fa da barriera tra due diversi spazi di identità. L'abbiamo sperimentata tutti questa sensazione, quando varchiamo il confine del nostro territorio nazionale di appartenenza: il paesaggio attorno a noi è lo stesso, al di qua o ali di là della frontiera. Ma al di qua siamo indotti dal nostro sentimento di identità nazionale a sentirci a casa, al di là in "terra straniera". Questo significato della frontiera comincia imporsi proprio nel cuore del XIX secolo. Ciò che è dentro i confini della nazione è "identico", ciò che è fuori è "diverso", senza che nessun principio naturale sia alla base di questa identità e di questa differenza.

I confini sono tanto poco naturali che gli Stati-nazione non hanno mai smesso di fare la guerra per motivi puramente espansionistici e per una logica di accaparramento di risorse, esattamente come accadeva per gli antichi stati dinastici; soltanto che la rivendicazione di nuovi, più ampi confini non è più per il prestigio del sovrano, ma per la grandezza della nazione. E, di nuovo, la incoercibile legittimazione della natura torna a fare capolino, perché la nazione si presta a essere rappresentata come un organismo vitale, che ha bisogno di spazio per crescere - perché crescere, ovvero diventare il più possibile grande, ricca e prospera è l'obiettivo a cui essa tende - e che perciò è pronta procurarselo anche ad armi spianate.

La storia dell'Ottocento e del Novecento è una storia di carte politiche che - spesso a suon di bombe - diventano sempre più fitte di confini. Ma in questo, con buona pace di Ferdinand Gregorovius e di quanti ancora oggi la pensano come lui, la natura non c'entra nulla. Come ha scritto Lucien Febvre: «lasciamo all'astuzia [di alcuni] e al candore [di altri] la "frontiera naturale". Ci sono solo frontiere umane».