Cento anni di Gianni Rodari

23.10.2020

 Il 23 ottobre 1920 nasceva Gianni Rodari. A cento anni da allora, e quaranta dalla prematura scomparsa, in una stagione di nuovi studi e di celebrazioni lo straordinario scrittore, intellettuale e militante viene restituito al tessuto sociale e politico del tempo e può trovare posto nella cultura e nel canone novecentesco.
La Storia Tutta lo vuole ricordare sottolineando il rapporto profondo con la storia che emerge nella sua attività letteraria e pedagogica.

 di Enrico Manera - 23 ottobre 2020

Ritratto esorbitante

Giovanni "Gianni" Rodari nasce a Omegna nel 1920, sul lago d'Orta, e cresce a Gavirate, in provincia di Varese. È figlio di un fornaio morto troppo presto e di una lavoratrice domestica che non ha mai smesso di faticare per il resto della vita. Attenzione, rispetto e sensibilità per il mondo dei lavoratori e della povertà, per le cose quotidiane e minute, per l'infanzia e la sua cura caratterizzano l'opera di Rodari: un tratto sensibile e originale che trae origine da una conoscenza diretta e in prima persona della questione sociale che interessa l'intera Italia del Novecento.

Dopo un breve passaggio in seminario a Milano, una possibilità per continuare la formazione da brillante scolaro, il giovanissimo Rodari frequenta l'Istituto magistrale di Varese e (per poco) la facoltà di Lingue dell'Università Cattolica di Milano, per poi diventare maestro nel territorio di Varese: tra l'altro sarà anche "precettore" dei bambini di una famiglia di ebrei tedeschi rifugiati in Italia nei pressi del Lago Maggiore.

È antifascista prima di tutto per sensibilità: iscritto all'Azione Cattolica (di fatto l'unica alternativa alla sociabilità fascista) si avvicina politicamente e clandestinamente al comunismo marxista fin dal 1938, vivendo un sofferto compromesso con il regime che deve sopportare in quanto insegnante di ruolo dal 1941; la morte in guerra di alcuni cari amici, la deportazione in Germania come IMI del fratello sono tra le ragioni che lo spingono, dopo il 1943, a partecipare con ruoli di propaganda e sostegno alla Resistenza nella zona di Varese (aggregato alla 121° Brigata Garibaldi di Gavirate) e a mettersi in luce subito dopo come militante e pubblicista di area comunista. Nel dopoguerra l'esperienza resistenziale si configura come un traino per l'attivismo, l'impegno e la partecipazione per le lotte sociali, per la trasformazione della famiglia, del lavoro e delle relazioni nel senso di una democrazia socialista, pacifista e internazionalista. Esponente di una generazione che vive la cultura come un fatto etico, politico ed emancipativo, in forza delle istanze costituzionali e antifasciste che innervano la ricostruzione del Paese, Rodari negli anni Cinquanta è un giornalista de «L'Unità» attento ai mutamenti e ai conflitti in corso, documenta scioperi e proteste, frequenta piazze e mercati di Milano, dedica attenzione all'immagine e alla memoria della Resistenza.

Nel recente Lezioni di fantastica Vanessa Roghi mostra come egli emerga in modo originale dal contesto storico (e di partito) e come abbia costantemente allargato le cornici in cui ha operato senza mai infrangerle, contro gli eccessi di ortodossia, conformismo e moralismo. Rodari nel tempo e sul lungo periodo ha contribuito con energia ai dibattiti sulla cultura popolare, sulla pedagogia e sulla scuola: sarà inoltre considerato prima troppo di sinistra e successivamente troppo poco rivoluzionario, per poi venire istituzionalizzato dalla critica e "santinizzato" nella rassicurante ed edificante immagine di scrittore universale per bambini. Il che non rende pienamente giustizia della complessità e della ricchezza del suo profilo umano e intellettuale; d'altronde, verrà ridicolmente demonizzato da nostalgici passatisti come uno dei presunti responsabili della "decadenza" dell'insegnamento che il Sessantotto avrebbe comportato con i suoi "eccessi libertari".

Militanza vellutata

Negli anni Cinquanta, in un Paese arretrato e conservatore, segnato dalle linee di faglia della Guerra fredda, Rodari è fedele al Pci anche quando non è completamente d'accordo, e lo rimarrà sulle questioni principali almeno fino al 1968 quando la questione della Primavera di Praga e nuovi fermenti - la "contestazione giovanile"- giungeranno a complicare il quadro; è impegnato a difendere le organizzazioni educative del partito e le sue pubblicazioni dagli attacchi diffamatori democristiani e conservatori, senza dimenticare che, come tutti i comunisti, Rodari è scomunicato dal Vaticano.

Fino al 1953 dirige la rivista «Il pioniere» insieme a Dina Rinaldi (sarà poi chiamato al settimanale della Fgci «Avanguardia») con l'obiettivo di educare le «giovanissime generazioni» agli «ideali del lavoro e della pace», in un contesto democratico e antifascista lontano dalle «forze dello sfruttamento e della violenza». Il Manuale del pioniere (1951), che come la rivista è legato all'associazionismo giovanile dell'API (Associazioni pionieri d'Italia),è certamente un testo datato, ma ancora oggi colpisce per come sia orientato allo sviluppo equilibrato dei rapporti sociali, alla promozione della pace, della democrazia e dell'eguaglianza; così come la dimensione sociale e pedagogica appaiono saldamente e pragmaticamente radicate nel rapporto con le comunità locali.

Ordini e punizioni sono disincentivati a favore dell'ascolto, del dialogo e della comprensione di bambini/e e adolescenti: azione, movimento, gioco, lavoro, esplorazione, sport, arte, attività manuali sono gli elementi fondamentali di ogni attività; nel testo sono già presenti tratti della cultura surrealista e d'avanguardia che costituiscono il tratto maturo della fantastica rodariana. Come si legge nel Manuale, rivolto a funzionari ed educatori, anche un oggetto comune come un tavolo può essere la porta per scoprire la storia della produzione sociale ed economica, del territorio e dei suoi abitanti, del bosco e della natura: lo stesso sguardo che Rodari fissa nella filastrocca Che cosa ci vuole (1960) e che ogni lettore potrà riconoscere nel testo della canzone Ci vuole un fiore (1974), musicata da Sergio Endrigo e Luis Bacalov (all'interno di uno dei più interessanti progetti di musica per bambini proposti in Italia).

Per fare un tavolo

ci vuole il legno,

per fare il legno

ci vuole l'albero,

per fare l'albero

ci vuole il seme,

per fare il seme

ci vuole il frutto,

per fare il frutto

ci vuole il fiore:

per fare un tavolo

ci vuole un fiore.

Parole rotonde

L'immenso valore intellettuale di Rodari sta nel saper congiungere gusto e misura nella scrittura letteraria e negli usi della parola (dalla filastrocca all'inchiesta) con la dimensione pedagogica, politica, valoriale, esistenziale, in sintonia con le emergenze del presente e all'interno di una prospettiva di trasformazione dell'esistente radicata nella concretezza. Dunque Rodari è stato scrittore engagé, avvicinabile a figure come Calvino, Pasolini, Fortini, intellettuale ispirato da Gamsci, da Propp e dai surrealisti, animatore culturale che connette il Movimento di cooperazione educativa (ispirato da Freinet), Lombardo Radice, don Milani, Mario Lodi e Tullio De Mauro. Rodari è un maestro che ascolta i piccoli tra i banchi, si confronta con il presente, considera il rapporto tra generazioni come una relazione di continua e reciproca educazione. Per questo, la contestazione giovanile del Sessantotto e dei primi Settanta gli sembra «nel suo insieme una ripresa della Resistenza», per «il suo rigore morale, la sua passione ideologica, il suo desiderio d'azione, il suo rifiuto di ogni immobilismo e attendismo».

Si è sempre sentito escluso negli ambienti letterari ed editoriali: «un intruso, un clandestino, uno che l'ultimo mozzo d'equipaggio avrebbe potuto afferrare per un orecchio e gettare nell'oceano», confinato nell'ambito, per lungo tempo strascurato, della letteratura per l'infanzia. Eppure pochi come lui possono vantare una influenza in termini di egemonia culturale su più di una generazione: dal dopoguerra la capacità di raccontare il conflitto sociale in modo leggero, avventuroso e idealistico, in una cornice valoriale, laica e socialista ha segnato tanti "piccoli comunisti", una parte non trascurabile dell'infanzia che leggeva a sinistra in Italia. E non solo.

Il romanzo di Cipollino (1951) ha avuto ad esempio una straordinaria ricezione in Urss e nell'Est europeo: tradotto in russo (e in cinese), è un mito culturale crossmediale - libro, fumetto, cartone - che contribuirà a fare di Rodari «un luogo della memoria» della cultura post-sovietica (Roghi). I critici sovietici lodano nei racconti e nelle filastrocche il legame del poeta con il popolo, l'impegno internazionalista e per il progresso: i versi «rapidi, vivaci, pieni di fuoco e di slancio», l'esaltazione del lavoro, della libertà e della pace e l'«umore vivo e originale» che restituisce e alimenta la «mentalità» e la «voce» dei ragazzi (sono parole del traduttore Maršak). Rodari, anche in virtù del ruolo di scrittore riconosciuto per l'infanzia - premio Andersen nel 1970 - avrà con la fama sovietica un rapporto ambivalente: nei ricordi nell'ultimo viaggio in Urss (nel 1979) emergono disillusione nei confronti del potere, la voglia di istituire un dialogo con i lettori, piccoli e grandi, e il bisogno di difendere valori critici e libertari contro le retoriche istituzionali e patriottiche. La morte lo coglierà nel 1980, per le complicazioni di un intervento chirurgico, sulla soglia di un decennio in cui sta cambiando tutto.

Anche i tempi storici in Rodari si parlano. La riscrittura creativa, uno dei fondamenti della fantastica e della pedagogia attivistica, si innesta infatti sul recupero delle fiabe e della tradizione popolare, mostrando la possibilità di una ripresa del passato e di una ricombinazione innovativa dei suoi elementi fondamentali. Il binomio fantastico, uno dei principi della Grammatica della fantasia (1973), che associando in modo casuale due termini li rende generativi di senso e creatori di una storia imprevista, «non è altro che il principio cardine dello strutturalismo (le relazioni precedono i termini e ne fondano il significato) che, al di là delle mode intellettuali, dominava le scienze umane del periodo dotandole di un metodo rigoroso e, soprattutto, di innumerevoli risultati conoscitivi. Un principio strategico che Rodari considera alla base di qualsiasi innesco narrativo» (Marrone).

Scrive Rodari in una felice e vertiginosa sintesi:

«La parola 'agisce' solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe a uscire dai binari dell'abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significare. Non c'è vita, dove non c'è lotta».

L'invenzione post-romantica di una "fantastica", già di Novalis e di Nietzsche, viene riconfigurata per i bisogni educativi, addomesticata e riportatata al piano terra e al mondo bambino, insieme a un marxismo gramsciano e alle lezione di Makarenko impastati di surrealismo francese e di espressionismo brechtiano. Ma soprattutto è usata ed esportata come strumento di un'azione quotidiana nel presente e come prassi educativa volta a rinnovare una didattica incrostata di ipoteche idealistiche e una prassi educativa in cui sopravviveva il sapore stantìo del Ventennio. In una scuola - la nostra - segnata da una inesorabile marcatura di classe.

La copertina della prima edizione di "Cipollino" (1951)
La copertina della prima edizione di "Cipollino" (1951)

Conflitto zuccherato

Probabilmente per il lettore, come per chi scrive, Rodari è una gentile auctoritas presente nella propria bibliotechina e incontrata nelle letture scolastiche della scuola elementare, la prima ad accoglierlo forse grazie alla sensibilità che molte/i (allora giovani) insegnanti di scuola primaria hanno avuto nel coglierne le felici soluzioni educative. È anche uno dei primi autori che vengono letti ai propri figli e figlie, nella piacevola consapevolezza di chiudere un cerchio e riconnettere una tradizione privata e storica al tempo stesso.

Se non ha forse più tanto senso individuare una cesura nella sua opera, è pur vero che il "primo" Rodari, scopertamente sociale e politico, è comunque più acerbo, meno risolto e comprensibilmente meno noto e in qualche modo messo in ombra da quello maturo, einaudiano, 'decomunistizzato', socialdemocratico e universale, narrativamente più completo e gustoso.

Sono le Filastrocche in cielo in terra (1960), le Favole al telefono (1962) o La torta in cielo (1966) e la Grammatica della fantasia (1973) che ci presentano l'autore nella sua più complessa articolazione che ne garantisce una lettura su più livelli e per più destinatari.

Con la storia e la società sempre presenti, non c'è ghigliottina nello scontro di classe rodariano, né vendetta contro malvagi, traditori o opportunisti, fascisti, democristiani o conservatori che siano. Non c'è censura delle brutture del mondo ma ricerca del modo più idoneo per parlare del mondo e dei suoi conflitti. Gia nelle filastrocche trovano posto i lavoratori di tutto il paese, che sono padri e madri, e le varie figure del mondo adulto. Ci sono i poveri, le guerre e le ingiustizie, i migranti, le bombe. L'errore è sempre ragione di una reinvenzione e di una trasformazione, una sorta di redenzione profana possibile.

Nelle Favole al telefono (1962) Rodari scrive uno dei più bei racconti sul senso della Resistenza, Il pozzo di Cascina Piana: una vera e propria favola che rinvia all'esperienza partigiana - Rodari era stato a lungo nascosto, in convalescenza da appendicectomia presso una famiglia nell'area in cui era stato maestro - e la trasforma in racconto morale e politico in cui solidarietà, collaborazione, fratellanza e sorellanza consolidano la comunità che prima non c'era.

«Prima che fossero passate ventiquattr'ore tutta la Cascina seppe che c'era un partigiano ferito in quel granaio, e un vecchio contadino disse: "Se lo sapranno i tedeschi verranno qui e faremo tutti una brutta fine." Ma le donne non ragionarono così. Pensavano ai loro uomini lontani, e pensavano che anche loro, forse, erano feriti e dovevano nascondersi. Per tutto il tempo che la ferita impiegò a rimarginarsi, tutte le undici famiglie della Cascina trattarono il partigiano come se fosse un figlio loro; il partigiano guarì, vide il pozzo senza corda e si meravigliò moltissimo. Le donne, arrossendo, gli spiegarono che ogni famiglia aveva la sua corda, ma non gli potevano dare una spiegazione soddisfacente; avrebbero dovuto dirgli che erano nemiche tra di loro, ma questo non era più vero, perché avevano sofferto insieme, e insieme avevano aiutato il partigiano. Dunque non lo sapevano ancora, ma erano diventate amiche e sorelle, e non c'era più ragione di tenere undici corde. Allora decisero di comperare una catena, con i soldi di tutte le famiglie, e di attaccarla alla carrucola».

Ne La torta in cielo del 1966 (anticipata da un racconto de Il libro degli errori di due anni precedente)è l'incubo atomico che, nel pieno della Guerra fredda, viene disarticolato e ricomposto. Un oggetto misterioso che si materializza nel cielo di Roma si rivela essere una gigantesca torta: il piccolo e coraggioso Paolo scopre dal professor Zeta, uno scienziato atomico "pentito", che il suo fungo atomico dirigibile, a causa di un pasticcino finito lì causalmente, si è trasformato in una torta gigante; è caduto di mano a un ministro durante una cerimonia di inaugurazione provocando una «balorda reazione al cioccolato»: saranno i bambini della città a far sparire - mangiandola - molto rapidamente l'oggetto che mette in crisi l'intera città preoccupata da un'invasione aliena.

In Rodari «l'iperbole è sempre combinata all'elemento familiare, al dato domestico. Se da una parte l'esagerazione applicata all'ordinario eleva la vita quotidiana nella società moderna, affrancandola dal senso di frustrazione e di impotenza, dall'altra rigrammaticalizza l'incredibile, partendo sempre dalla lingua» (Arnoldi). Il racconto svolge, ancora una volta, la funzione mitica di padroneggiamento del mondo e di confinamento della angoscia esistenziale, orientando in senso valoriale l'agire dei soggetti coinvolti a partire da metafore assolute, comprensibili, condivise in grado di mutare il terrore in gioco. I mostri, depotenziati e resi innocui, così mostruosi non sono mai. Raccontare coincide così con agire per i bambini che si confrontano con il mondo e che imparano a viverci dentro. Aiutarli in questo è il compito degli adulti: «salvare nel cittadino di domani [...] quelle energie vitali, quegli slanci attivi, quell'intensità di passioni e di forza morale che il bambino mette nei suoi giochi».

Elegia felina

Lo hanno sottolineato recentemente Vanessa Roghi e Pino Boero, e non si può non ricordarlo. Giuseppe Rodari muore di broncopolmonite quando Gianni ha nove anni: si legge ne La grammatica della fantasia di come il padre, fornaio, si fosse infradiciato, in una notte di tempesta, per mettere al sicuro i gatti che animavano il cortile di casa.

Gatti, pane, forni e fornai avrebbero continuato ad abitare le storie di quel ragazzino intelligente che, trattando gli adulti come bambini i bambini come adulti, ha continuato a inventare collisioni tra cosmico e quotidiano e a praticare utopie visionarie a corto e medio raggio. «Guardiamo il mondo una volta, da piccoli. Il resto è memoria» (L. Glück).


Bibliografia essenziale

Marcello Argilli, Gianni Rodari, Einaudi, Torino 1990

Pino Boero, Una storia tante storie, Einaudi Ragazzi, Torino 2020

Piero Macchione, Storia del giovane Rodari, Macchione ed., Varese 2013

Anna Roberti, Cipollino nel paese dei Soviet, Lindau, Torino 2020

Vanessa Roghi, Lezioni di fantastica. Storia di Gianni Rodari, Laterza, Bari-Roma 2020