Cantore di sport e storia: il nostro saluto a Gianni Mura

Il 21 marzo 2020 ci ha lasciato un grande giornalista.
La Redazione
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Se ne è andato nel giorno in cui avrebbe dovuto disputarsi la Milano-Sanremo. Difficile non accorgersi della coincidenza. Come è impossibile non fare caso che Gianni Mura ci ha lasciato proprio nell’anno in cui il suo amato Tour, come tutti gli altri eventi sportivi del pianeta, è in forse per la terribile emergenza sanitaria.

Chi lo frequentava ricorda oggi il suo carattere schivo, da sembrare a tratti burbero. Anche andarsene così, all’improvviso, rientra a pieno nei suoi modi.

Un pezzo della ciurma di LaStoriaTutta aveva avuto il piacere e l’onore di conoscerlo nell’ottobre del 2017. Avevamo trascorso un intero pomeriggio a intervistarlo nel suo ufficio nella redazione di Repubblica, per poi proseguire in una lunga, indimenticabile serata a cena. Lì, al Vecchio Porco di Milano, dove lui era di casa, avremmo potuto fare mattina, senza smettere mai di conversare. Cucina, calcio, canzoni, letteratura, anarchia: di cosa non abbiamo parlato quella sera?

Nell’intervista del pomeriggio gli avevamo chiesto di guidarci in un percorso sull’intreccio tra la narrazione epica e il racconto sportivo. L’incontro era stato un incredibile compendio di storia del Novecento attraverso lo sport. Era passato con disinvoltura dal ciclismo come moderna chanson de geste – con i paladini in lotta a ricalcare modelli eroici – al significato tutto politico dei pugni alzati al cielo di Smith e Carlos a Città del Messico nel 1968.

Il podio dei 200 metri di Mexico '68
Il podio dei 200 metri di Mexico ’68

Dorando Pietri a Londra 1908
Dorando Pietri a Londra 1908

Poi ci aveva raccontato la storia commovente di Dorando Pietri che collassa giungendo primo sul traguardo della maratona di Londra del 1908, viene aiutato a rialzarsi, ma per questo è squalificato. Però – ci aveva spiegato Gianni – il vincitore morale era rimasto lui: ne aveva scritto persino Conan Doyle. E ancora, tra mille rimandi e divagazioni, ci aveva aperto uno scrigno di ricordi personali, da cronista sportivo di lungo corso: l‘intervista a Ondina Valla, prima italiana a vincere una medaglia d’oro olimpica, l’articolo per la scomparsa di Brera, le cinque cartelle dettate al telefono per la morte di Pantani. Era stato impossibile fermarlo e ci aveva ancora intrattenuto con l’amicizia tra Luz Long e Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino ’36. Aveva ripercorso le vicende che avevano portato i cecoslovacchi Vera Čáslavská ed Emil Zátopek dall’altare alla polvere nell’epoca della guerra fredda: prima eroi del popolo e poi dissidenti da punire. E, infine, gli aneddoti sul Tour e sul ciclismo: Merckx e Gimondi come Achille ed Ettore, l’eterno secondo Poulidor, i bagni con l’aceto bianco di Coppi, i soprannomi celebri dei corridori.

Di molti spunti avremmo in seguito riparlato a cena, ma di altri ancora ci eravamo promessi che ne avremmo discusso, prima o poi, sulle strade del Tour, magari la sera prima di una tappa pirenaica. Ce lo eravamo prefigurato lo scenario, davanti a un piatto di cassoulet da innaffiare con una bottiglia di vino delle Corbières.

Gianni, non ce l’abbiamo fatta. Perdonaci.

Ti porteremo con noi. Una mano sul cuore, il pugno al cielo.


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