Black History Month. Il vuoto di memoria degli Stati Uniti d’America

Negli Stati Uniti febbraio è il mese dedicato alla riflessione sulla storia degli schiavi e dei loro discendenti, sulle loro cultura ed eredità, sulla centrale rilevanza degli afroamericani per lo sviluppo del Paese. Quanto bisogno c'è di una ricorrenza come questa? Tanto, ed ecco perché.
Claudio Ferlan
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L’origine dell’idea che ha portato all’istituzione del Black History Month risale al 1915, quando su iniziativa in particolare dello storico Carter Godwin Woodson (1875-1950) fu fondata la Association for the Study of Negro Life and History (ASNLH), allo scopo di combattere la condanna all’invisibilità di buona parte del popolo statunitense. Le lingue, si sa, cambiano e parole un tempo di uso comune come Negro oggi sono bandite e l’associazione, tuttora attiva, è nota come Association for the Study of African American Life and History (ASALH).

Lo storico Carter Godwin Woodson (1875-1950)

Ricorreva nel 1915 il cinquantenario del Tredicesimo Emendamento (quello che abolì la schiavitù negli States) e furono organizzate per l’occasione diverse celebrazioni in tutto il territorio nazionale. Una di queste servì di ispirazione a Woodson. Figlio di due schiavi analfabeti, Anne Eliza Riddle e James Henry, Carter Woodson aveva compiuto con determinazione esemplare un percorso di studi tanto ricco quanto travagliato, capace però di portarlo fino al dottorato in storia ad Harvard (1912). La sua concezione della disciplina si dimostrò capace di precorrere i tempi, di anticipare alcune delle istanze proprie della scuola delle Annales: l’interesse della storia, sosteneva Woodson, non sta solo nel registrare e ordinare vicende politiche di popoli e nazioni, è necessario includervi anche una riflessione sulle condizioni sociali dei protagonisti del passato. Per questa ragione insisteva sulla necessità di evidenziare il contributo dei neri alla costruzione e allo sviluppo degli Stati Uniti d’America. Pretendeva a buon diritto che tale evidenza fosse tenuta nel dovuto conto all’interno dei curricula scolastici e universitari.

Una delle grandi capacità di Woodson fu quella di fare rete, come diremmo oggi. Dopo la costituzione della ASNLH e senza farsi scoraggiare da una società ancora pesantemente razzista, riuscì tra le altre cose a realizzare la prima mostra dedicata alla storia degli afroamericani e a coinvolgere alcuni colleghi nella fondazione del primo giornale di storia della black people, oggi noto come Journal of African American History, all’epoca denominato The Journal of Negro History (1916). Proseguì parallelamente anche la sua carriera accademica, cosa che contribuì alla concretizzazione di quella che sarà la sua più celebre eredità: il Black History Month. Nel 1926, infatti, la Omega Psi Phi, confraternita della quale era membro al West Virginia Collegiate Institute (oggi West Virginia State University), organizzò una Negro History and Literature Week. L’iniziativa ebbe successo e immediata occasione di sviluppo; presto oltrepassò i confini del West Virginia e divenne la Negro History Week. Aderirono molte scuole e associazioni, decise a dare visibilità alla storia afroamericana attraverso svariate iniziative: gli insegnanti coinvolsero i propri studenti in rievocazioni dei momenti cruciali di quella storia, i giornali della comunità nera pubblicarono articoli dedicati al proprio passato, molte imprese locali finanziarono il progetto e agevolarono la partecipazione ai numerosi eventi organizzati nel corso della settimana. Fu un successo, non solo sul piano culturale ed educativo. Una delle trovate destinata ad avere grande esito fu quella di non limitarsi alla storia e alla letteratura, ma di aprirsi alla celebrazione dell’arte, della musica e di molti altri aspetti del sapere e della quotidianità. Quale eredità di tale allargamento, va segnalato come oggi uno degli spazi di rievocazione più noti e frequentati sia quello dello sport. La cultura afroamericana viene esaltata nei suoi più vari aspetti, così da dare pieno valore all’intuizione di Woodson: la storia è riflessione sulla società nella sua interezza.

Per la concretizzazione dell’idea fu fondamentale l’impegno della ASNLH, i cui membri decisero che la commemorazione si tenesse nella seconda settimana di febbraio, in modo da ricordare la nascita di Abraham Lincoln (12 febbraio) e Frederick Douglass (14 febbraio), quest’ultimo figura centrale dell’abolizionismo. La Negro History Week acquisì sempre più rilevanza con il passare del tempo e con l’intensificazione delle proteste contro la segregazione razziale vigente soprattutto negli Stati del Sud. Proprio in questi Stati, un contributo importante alla crescita dell’interesse per la Settimana fu assicurato dalle Freedom Schools, nate per offrire un’istruzione alternativa a quella spesso deliberatamente scadente riservata agli afroamericani. In molte istituzioni si decise che una settimana non bastava, già negli anni Quaranta ma con un incremento decisivo nei tormentati Sessanta, in molte università innanzitutto la Negro History Week si trasformò nella Black History Week come anche nel Black History Month.

Gli scopi delle sue iniziative e delle sue pubblicazioni rimanevano quelle volute da Woodson (scomparso nel 1950): contribuire alla costruzione o al rafforzamento dell’orgoglio afroamericano e mettere a tacere i discorsi razzisti sulla presunta superiorità bianca. Non si trattava più solamente di ricordare la storia, ma anche di denunciare le storture del presente, il persistere di sentimenti e differenziazioni segregazioniste, attirare l’attenzione sulle differenze di opportunità offerte ai giovani basandosi sul colore della loro pelle.

Nel 1975 (3 febbraio) il Presidente Gerald Ford riconobbe ufficialmente la Settimana evidenziando i meriti dei movimenti per i diritti civili ed esplicitando l’importanza che gli Americani dedicassero una settimana al riconoscimento del contributo dei “nostri cittadini neri” (our black citizens) alla vita e alla cultura della nazione. L’anno successivo la Settimana si trasformò in mese, fu sempre Ford a ratificare la proposta della Association for the Study of African American Life and History. Il bicentenario della Dichiarazione d’Indipendenza rendeva la data particolarmente importante. Dieci anni dopo il Congresso approvò una legge per ufficializzare la designazione del mese di febbraio quale National Black (Afro-American) History Month. Nello scarno testo non manca il riconoscimento di quanto fatto da Woodson nel 1926.

Lo stesso ideatore della celebrazione dichiarò di sperare che un giorno, in futuro, ricordare la Black History non sarebbe stato più necessario. Ebbene, quel giorno è ancora lontano, come sappiamo tutti e come ha ricordato con grande efficacia sul Washington Post Ernest Owens lo scorso 5 febbraio, mettendo in evidenza come nel mondo delle aziende più danarose la distanza tra la parità narrata e quella reale sia tuttora enorme: “Ad oggi il Black History Month rivela quanto le aziende ci raccontano di apprezzare la cultura black, invece di mostrarcelo concretamente”. La denuncia di Owens si pone in palese continuità con le idee di Woodson: per comprendere il presente serve conoscere il passato, per quanto possibile nella sua interezza; se ci chiediamo perché nelle aziende miliardarie il ruolo degli afroamericani è molto raramente quello direttivo o più retribuito, la risposta la troviamo anche nelle rimozioni della storia.


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