9 maggio. Il giorno della memoria deviata

09.05.2020

A più di dieci anni dalla sua istituzione, la giornata in ricordo delle vittime di terrorismo, che ricorre il 9 maggio, appare ancora insufficiente a rispondere a una memoria nazionale dei cosiddetti "anni di piombo". A ben guardare, l'assenza di una presa di responsabilità istituzionale su quel periodo segnala i limiti connaturati a questa celebrazione. 

di Oreste Veronesi - 9 maggio 2020

La Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione del 12 Dicembre 1969 (fonte: Rai.it)
La Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione del 12 Dicembre 1969 (fonte: Rai.it)

Dal 2007, il 9 maggio ogni anno si celebra il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice. La data a cui questa memoria è fissata rimanda a un evento cardine della storia repubblicana: l'omicidio di Aldo Moro. Come ogni celebrazione istituzionale la scelta della ricorrenza non è mai un dato neutrale, ma risponde a delle necessità civili. In questo caso, con tutta evidenza, alla denuncia della lotta armata e della conflittualità politica degli anni Settanta. Una pagina ancora viva nella memoria pubblica che con ossessione non ci si è dimostrati in grado di affrontare. Si susseguono i richiami alla necessità di estradare i lottarmatisti che vivono da anni all'estero e a ogni occasione si riaccende una fiaccola giustizialista che sembra criminalizzare un'intera stagione politica, più che indicare le responsabilità dei singoli. Ma se da una parte vi è un'ossessiva ricerca di una giustizia che possa curare le ferite di quegli anni così tragici, dall'altra manca un riconoscimento di quella stessa responsabilità collettiva che bisognerebbe assumere per comprenderli.

Quando il 9 maggio 2008 si celebrò la prima giornata in memoria delle vittime del terrorismo, l'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affermò che la data fu scelta per "validi motivi". «Perché - disse il Presidente - se nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall'altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c'è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse». Le affermazioni di Napolitano rispecchiavano le intenzionalità dell'istituzioni italiane rispetto a quella celebrazione. Ma questa istituzionalizzazione contribuiva in contemporanea ad affermare una visione parziale, e storiograficamente tutt'altro che confermata, della storia nazionale.

Il problema di questa commemorazione risiede proprio nel punto di vista da cui è fissata. Le istituzioni che ricordano le vittime di stragi e terrorismo sono le medesime strutture, le stesse "istituzioni deviate" di cui accenna Napolitano, che in quella stagione politica si sono rese protagoniste delle pagine più buie della democrazia italiana. Come ha lucidamente sottolineato Giuseppe De Lutiis riprendendo le analisi di Franco De Felice, quell'attività generalmente definita "deviata" non era altro che il «frutto più amaro della subalternità delle nostre strutture di sicurezza nell'ambito dell'alleanza militare alla quale l'Italia aderisce». Ma non solo. Era pertanto una subalternità consapevole e accettata, non occulta, segnata dal contrasto tra Stati Uniti e Unione Sovietica. D'altronde, come ha fatto notare Aldo Giannuli in merito alla strage di Piazza Fontana, «esiste un giudicato penale che accerta l'opera di depistaggio di appartenenti a tutti i corpi di sicurezza dello Stato, dal servizio segreto militare all'Arma dei carabinieri, dalla polizia al servizio civile» .

Quando venne istituita la giornata del 9 maggio, i Comunisti Italiani, con in testa lo storico Nicola Tranfaglia, proposero come data proprio il 12 Dicembre, anniversario della strage di Piazza Fontana. Ma, come mostrano le parole di Napolitano, le intenzioni delle istituzioni erano ben altre, e non possiamo dire che esse rappresentassero solo una visione di parte di quella stagione. Ci pare fossero anche il tentativo consapevole di occultare delle precise responsabilità delle istituzioni. Un vecchio vizio italiano, verrebbe da dire.

Un'operazione di consapevolizzazione pubblica di quella stagione meriterebbe dunque ben altre ricorrenze e interventi istituzionali. Ciò non significherebbe giustificare la violenza armata, né tanto meno dimenticarla. Ma collocarla storicamente e comprenderla nelle sue contraddittorietà e nella polisemia delle sue espressioni. Ma ciò significherebbe anche ammettere le proprie responsabilità.